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Pubblicato il 06 novembre 2023
Anno 2004, prigione di Nafha, Israele. È qui che Yahya Sinwar trascorre le sue giornate da molti anni. Legge libri, studia ebraico, e ha pure sviluppato una certa ossessione per la tv del nemico. Il “macellaio di Khan Younis” è dotato di pazienza. Sa aspettare.
In cella è finito per Hamas, per il lavoro che lo rende così orgoglioso. È lui l’incaricato di scovare i “traditori” del gruppo, gli informatori di Israele. Ogni sospetto, che sia dentro e fuori dal carcere, rischia una morte violenta: è la pena esemplare pensata per scacciare tra i sodali la tentazione di cedere alle lusinghe dell’avversario di sempre.
Spetta a Micha Kobi dello Shin Bet, il servizio di intelligence interna, il gravoso compito di interrogarlo. È un colloquio che lo 007 israeliano non dimenticherà. Seduto di fronte a lui, Sinwar non mostra pentimento. Ora lo guarda negli occhi, con spavalderia: vuole raccontargli della punizione inflitta ad un sospetto informatore di una fazione rivale. Dice di aver convocato il fratello dell’uomo, un membro di Hamas, di avergli dato tra le mani un cucchiaio, e a quel punto di avergli ordinato di seppellire vivo il sangue del suo sangue. Cucchiaio dopo cucchiaio.
Parla poco, Sinwar, ma tanto basta ad incutere ai suoi sottoposti un terrore folle. Eppure adesso è lui, per una volta, ad avere paura.
Yahya richiama l’attenzione delle guardie carcerarie: dice di stare male. Ha un forte mal di testa e non vede come dovrebbe. La responsabile della prigione lo incontra immediatamente, lo rassicura: chiamerà subito i medici per stabilire il da farsi, gli dice. E mantiene la parola.
Il paziente viene trasferito a Be’er Sheva, dove il responso della risonanza magnetica non ammette repliche: tumore al cervello, e di un tipo molto aggressivo. Il leader senza scrupoli, il terrore dei nemici e degli amici, è “spaventato a morte, l’ombra di sé stesso“, racconta chi lo vede in quelle ore.
Qual è la differenza tra Hamas ed Israele, si chiedono oggi in molti? Una risposta arriva proprio in quei giorni. Sinwar viene ricoverato in uno dei primi dieci centri medici al mondo, a spese dello Stato Ebraico. Viene sottoposto ad un delicatissimo intervento chirurgico, da un’équipe composta per intero da medici israeliani. E viene salvato.
Quando la responsabile della prigione torna da lui, gli domanda: “Allora? Come stai? Cosa mi dici del tumore, è scomparso?“. Sinwar risponde: “Lo spero, così dice la vostra gente“. C’è già disprezzo nelle sue parole. Così la donna replica: “Lo Stato di Israele, capisci, ha condotto una battaglia per la tua vita, ti ha salvato“. Ma Sinwar è tornato quello di sempre, quello di ieri: “Ok…è il vostro dovere. Quindi?“.
Anche stavolta Israele farà il suo dovere. Non concederà a Sinwar un’altra occasione per portare il terrore all’interno delle proprie mura.
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