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Pubblicato il 28 novembre 2023
In una notte di maggio di quelle che non si dimenticano, Evgenij Prigozhin impugna una piccola torcia in mezzo alla foresta. La luce che riesce ad emanare non è forte come vorrebbe. Così è all’uomo che lo accompagna che chiede di mostrare alla Russia la pila di cadaveri da cui è circondato.

Da vivi, li ha scelti uno ad uno. Li ha prelevati di persona dalle carceri del Paese dimenticato, dai media e dallo Stato, assecondando con una certa fantasia la richiesta proveniente dall’unico uomo che a Mosca possa ancora godere del suo rispetto: Vladimir Putin.

È lui ad avergli commissionato carne da cannone da spedire in Ucraina. E in un certo senso, ora che sono tutti morti, nessuno potrà comunque accusare Evgenij di essere venuto meno alla propria promessa.
Nella colonia penale numero 8 dell’oblast di Tambov, soltanto pochi mesi prima, ai reclusi cui aveva garantito libertà in cambio di qualche mese di combattimento, aveva offerto verità. Nient’altro che verità. “Io vi porto vivi“, aveva detto, “ma non sempre vi riporto indietro vivi. Domande, ragazzi?“. Nessuno aveva fiatato. La fama del leader Wagner, a quel punto, era già abbastanza leggendaria.

Eppure questa notte è lui a fare domande. Guardando verso la telecamera che ne inquadra l’inconfondibile smorfia, Evgenij Prigozhin urla a pieni polmoni: “Shoigu, Gerasimov! Dove ca**o sono le munizioni?“.
Nessuno risponde al quesito dell’orco di San Pietroburgo. E nessuno sa dire con certezza, oggi, chi o cosa impedì al capo mercenario di presentarsi alla Duma di Stato poche ore prima di annunciare la fatidica Marcia su Mosca.

In Italia sono da poco passate le 21:00 del 23 giugno, quando Prigozhin dichiara “guerra” al ministero della Difesa russo. Lo accusa di aver messo nel mirino con un raid aereo un campo occupato dai suoi combattenti. E dice di più: sostiene che i vertici militari del Paese “hanno dimenticato la parola ‘giustizia’, e noi la riporteremo“. Aggiunge che i russi dovrebbero restare nelle proprie case, che nessuno dovrebbe mettersi di traverso, e che “coloro che cercheranno di resistere, saranno considerati un pericolo e li distruggeremo immediatamente“.
No, non sono parole di chi sia interessato a mediare. Eppure fino a poco fa, Prigozhin, non sembrava avere alcuna fretta di accelerare.

Alla Duma, appena 6 ore prima che il leader Wagner firmi la sua condanna a morte, alcune decine di persone prendono posto in una sala minore per una tavola rotonda. L’evento in sé potrebbe apparire marginale, se non addirittura insignificante. Il solito convegno per trascorrere un pomeriggio illudendosi di fare politica. Niente di più, niente di meno. Eppure non serve essere fini conoscitori delle dinamiche russe per rendersi conto che qualcosa di strano, proprio lì, proprio ora, stia per prendere vita.
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