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Pubblicato il 29 novembre 2023
La notte in cui tutto ha inizio, Marianna Budanova è insieme a suo marito. È lui, il re delle spie di Kyiv, ad annunciarle che alle 5 del mattino avrà inizio un’invasione su larga scala che cambierà il volto delle loro vite e il destino dell’Ucraina. Come molte altre volte in futuro, non si sbaglia.

Documenti, telefoni, un po’ di vestiti: il piccolo bagaglio che Marianna prepara prima di lasciare la propria casa non è pensato per abbandonare Kyiv. La donna mette insieme soltanto l’occorrente per trascorrere qualche giorno nell’ufficio di suo marito, al quartier generale dell’intelligence ucraina. Probabilmente non immagina ancora che diventerà la residenza (in)stabile della sua famiglia per i mesi a venire.

Eppure, dinanzi al pericolo mortale, la tentazione di partire verso Occidente non sfiora nemmeno la famiglia Budanov. Così com’è stato per Volodymyr Zelensky, anche Kyrylo Budanov resiste alla tentazione di accettare “un passaggio” verso lidi più sicuri.

Ma se per il numero uno dei servizi ucraini si parla di senso del dovere, per sua moglie Marianna il discorso è diverso. Lei è lì quando suo marito supervisiona la preparazione dei primi gruppi di forze speciali in partenza per Hostomel. Ed è lì anche nel 2013, pochi mesi prima di Euromaidan, dell’annessione della Crimea, dei combattimenti in Donbass. È lì perché lì ha scelto di essere la moglie di un militare. E non di uno qualunque.

Racconta il generale Timkov di aver visto con i propri occhi, all’inizio del 2015, l’allora colonello Budanov sbalzato via da una mina nel mezzo di un’operazione all’interno delle linee nemiche nel sud dell’Ucraina.

Le schegge gli si conficcano nel collo e nella scapola, appena sotto il cuore. Budanov, in condizioni disperate, chiede ai compagni di essere lasciato indietro. Ma se ora il suo nome è uno tra i primi fra quelli appuntati sul libro nero del Cremlino, è anche perché il gruppo di soldati rifiuta di assecondarne i voleri. L’ufficiale ferito, silenzioso per tutto il tragitto, viene condotto in salvo.
Da allora Vladimir Putin e i suoi vecchi colleghi del FSB, i servizi segreti russi, tentano di ucciderlo almeno una decina di volte. Quella più clamorosa risale al marzo 2022, quando i missili russi prendono di mira il quartier generale dell’intelligence ucraina, situato sull’Isola Ribalsky, iconico quartiere di Kyiv. Molti ufficiali ucraini sono scaraventati a terra dall’onda d’urto delle esplosioni, altri trovano riparo in qualche modo dalle schegge delle finestre finite in frantumi. Adrenalina ed istinto di sopravvivenza fanno il resto. Si dice che il caos sia stato interrotto dallo spettacolare ingresso in scena dello stesso Budanov: “Va tutto bene“, grugnisce il vero obiettivo del raid.

Poi si toglie di dosso un po’ di polvere, indossa il berretto ed esce a quantificare i danni del bombardamento russo.
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