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Pubblicato il 02 dicembre 2023
Con piglio da dittatore navigato, Nicolas Maduro pronuncia la sua sentenza: “Dico alla Guyana, e chi ha buone orecchie mi ascolti bene in tutto il mondo: il referendum del 3 dicembre si farà con la pioggia, con il sole o sotto i fulmini. Il nostro popolo deciderà, sovranamente e democraticamente, il proprio futuro, il proprio destino“.

Nemmeno il pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia, sollecitato con urgenza dalla Guyana, farà recedere il governo autoritario del Venezuela dall’intento di avanzare le proprie pretese sulla regione contesa della Guayana Esequiba (o Essequibo).
Questione di ricchezza e di petrolio, certo, perché i giacimenti scoperti a largo del territorio in questione fanno gola eccome ad un’economia collassata come quella venezuelana. Ma come sempre quando a fare capolino è la parola “guerra” a muovere la Storia non è mai “solo” denaro.

Nelle scorse settimane più di due milioni di venezuelani hanno sfidato l’ostilità del governo indicando in María Corina Machado la leader dell’opposizione unita che il prossimo anno dovrà sfidare Maduro per la presidenza.

Dimostrazione di forza passata per nulla inosservata dentro e fuori Caracas, con gli osservatori internazionali concordi nel dichiarare che spodestare Maduro non sarà impresa facile, ma allo stesso tempo mai così possibile.
Da qui il convincimento che le tensioni di queste settimane con la Guyana spieghino in realtà la necessità di condurre una partita prettamente interna, che dicano del tentativo di Maduro di alimentare il sentimento patriottico paventando il rischio di un possibile scontro col vicino.

Ma ragionare secondo logica non sempre è il modo migliore per analizzare la geopolitica. Difficilmente altrimenti avremmo visto Vladimir Putin invadere l’Ucraina. E dunque non è coincidenza che proprio il caso ucraino venga sollevato in queste ore con maggiore inquietudine dalle autorità della Guyana.

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