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Pubblicato il 04 dicembre 2023
Nel novembre 2021, quando Avril Haines arriva a Varsavia, il fragore delle bombe è uno spettro ancora lontano. Eppure il messaggio che la direttrice dell’intelligence Usa è venuta a recapitare all’alleato polacco dice l’opposto. Dice che la guerra in Ucraina è alle porte.

Gli americani scelgono di non condividere in quella circostanza tutti i dettagli in loro possesso sui piani russi, ma sono chiari nel comunicare che tra gli scenari più probabili c’è pure quello più temuto: un’invasione su larga scala, all’inizio del 2022.

È sulla base di queste ipotesi che gli Stati Uniti dichiarano l’intenzione di evacuare fino a 40mila cittadini americani, qualora il cigno nero dovesse realmente fare capolino all’orizzonte, come credono convintamente. Ma i numeri, per il governo polacco, stranamente non tornano.

Anche considerando i cittadini con doppia nazionalità, non c’è modo che gli americani in Ucraina raggiungano quella soglia. “Facciamo un’altra prova“, si dicono allora a Varsavia: proviamo ad aggiungere i canadesi. Ma pure così il pallottoliere non combacia. È così che la Polonia capisce. Gli USA hanno intenzione di evacuare i cittadini americani, certo, ma con loro pure l’élite politica ucraina.

In quel di Wisla, alla fine di gennaio del nuovo anno, quando Volodymyr Zelensky e il presidente polacco Andrzej Duda si incontrano per due giorni consecutivi, tra i temi in agenda la possibile aggressione russa non c’è. Ma solo ufficialmente. Perché è inevitabile che a porte chiuse sia quella la portata principale del vertice.

Un po’ di vodka serve a scaldarsi mentre fuori imperversa la neve, ma soprattutto a sciogliere due caratteri che non sembrano fatti per incastrarsi. Sotto l’effetto di un po’ di alcol, Duda finalmente racconta barzellette in russo, peraltro con ottimo accento. E l’ucraino, che in un’altra vita dell’umorismo ha fatto un mestiere, dimostra di apprezzare. Ma quando la conversazione tocca l’elefante nella stanza, Zelensky torna serio. E non si sbilancia.

Il presidente ucraino dice di tenere conto di tutti gli scenari, d’altronde quello è il suo dovere, ma aggiunge che ogni notizia sulla data dell’attacco russo rappresenta un problema serio: perché milioni di dollari di capitali stranieri fuggono dal Paese alla prospettiva di un conflitto. A Duda spiega che la posizione ufficiale del suo governo è quella che non ci sarà nessuna guerra, nessuna mobilitazione. Perché la volontà è quella di preservare la pace, di evitare che il panico si diffonda come un virus inarrestabile all’interno della popolazione.
È per questo che da quell’incontro sembra trascorso un secolo il 23 febbraio, il giorno prima dell’inizio dell’invasione che cambia il mondo. Quando Duda si presenta a Kyiv in compagnia del presidente lituano Nauseda, Zelensky non copre più le sue carte. La guerra è imminente, gli dice, ed al di là dei sorrisi di ordinanza è molto probabile che “ci stiamo incontrando per l’ultima volta“.

Con i carri armati russi all’interno dei confini ucraini, i contatti in Occidente sono febbrili, all’insegna della tensione. Duda parla con Biden, ma è soprattutto Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, uomo chiave dell’amministrazione americana, ad ostentare un pessimismo che soltanto il tempo, e il coraggio di un manipolo di eroi, avranno la forza di smentire.

Il funzionario cresciuto a Yale, già prediletto di Hillary Clinton, si dice convinto che la guerra finirà presto, che gli ucraini, dinanzi a questa sfida, non potranno resistere a lungo.

Per avvalorare la sua previsione, cita il successo dell’intelligence USA nell’anticipare le mosse russe, lascia intendere che anche stavolta le valutazioni degli 007 statunitensi non falliranno. E per questo pensa già al “dopo”. Al sostegno all’attività di guerriglia che gli ucraini dovranno svolgere. Al governo in esilio che con ogni probabilità dovrà prendere forma nell’Ucraina occidentale.
Un uomo vicino al presidente Duda, secondo i retroscena contenuti nel libro “Polonia in guerra” del giornalista Zbigniew Parafianowicz, divenuto ormai un bestseller in patria, osserva una certa arroganza da parte di Sullivan: “Gli americani avevano previsto la guerra. I loro scenari si erano avverati. Ora continuavano con le loro considerazioni e si aspettivano che tutti le accettassero acriticamente. Volevano imporre un tono. Biden non è stato offensivo e insolente. Sullivan sì“.

Ma quando Volodymyr Zelensky chiarisce l’intenzione di resistere, di restare a combattere, quando gli ucraini dimostrano di poter rendere la vita complicata ai russi, allora si balla. E ballare significa anche fidarsi, scommettere su relazioni in passato non sempre così idilliache, trovare (forse) amici insperati. Succede al ministro degli Esteri Kuleba, per esempio, ospitato con tutta la famiglia, cane incluso, dall’omologo polacco Rau.

Ma succede in realtà ad un’intera nazione. Nelle comunicazioni private, la leadership polacca assicura a quella ucraina il suo sostegno “fino a quando combatterete“. Ed è col tempo, solo col tempo, che si vince la reciproca diffidenza di cui gli stessi protagonisti della storia sono perfettamente consapevoli. Gli ucraini, per esempio, temono che la Polonia possa approfittare del loro momento di debolezza per avanzare le proprie pretese su Lviv e altre vecchie terre contese. Ma questo non accade. Varsavia c’è. Anche più di quanto l’Ucraina stessa sia disposta ad ammettere. Così la mente torna a Wisla, a quel rapporto creato dal nulla. E così Volodymyr Zelensky, tra un bombardamento e un tentativo di assassinio, compone il numero di telefono di Duda.
Chi assiste alle telefonate descrive un tono molto diverso da quello che ci si attenderebbe tra due presidenti. Le chiamate che arrivano da Kyiv, molto spesso, lasciano spazio all’emotività, al dramma di un intero popolo: “Andrzej, stanno bombardando la mia centrale nucleare“, si sfoga Zelensky parlando come ad un amico. Ed ancora: “Andrzej, gli americani mi dicono che avete questi aerei e che potete darceli. Che è una tua decisione. Perché non me li date? Perché mi fate questo? Il nostro popolo sta morendo“.
Le discussioni sono spesso tese. Davanti e dietro le quinte si giocano due partite completamente diverse. Gli Stati Uniti in questa prima fase esitano. Promettono di difendere ogni centimetro del territorio NATO, ma continuano a dubitare delle capacità dell’Ucraina di difendersi sul lungo periodo. E per questo temono che un maggiore coinvolgimento nella difesa di Kyiv possa trascinare l’intera Alleanza nel conflitto.
Anche Varsavia nutre i suoi dubbi. Da una parte vuole fornire agli ucraini i suoi MiG-29, dall’altra cerca un modo per non esporre la Polonia alla furia del nemico. Non è vigliaccheria, solo prudenza. È il marzo del 2022: le intenzioni della Russia, le sue debolezze, non sono ancora così chiare.

Anche un’idea oggi consolidata, quella dell’ingresso di Kyiv all’Unione Europea, in quel periodo fatica ad essere accettata. Zelensky è tra i primi a comprendere che ottenere lo status di Paese candidato fornirebbe al Paese una prospettiva politica di ampio respiro. Ed è a Duda, alla Polonia, che si rivolge in prima istanza: “Guarda, ci aiuterebbe molto se tu facessi domanda adesso, solleverebbe molto il morale“.

E Varsavia agisce senza esitazioni. Il progetto viene presentato nel corso di una riunione del gabinetto militare già la mattina del 26 febbraio. Duda esce con una dichiarazione, il governo approva, vengono avviati i primi contatti con i Nove di Bucarest, il gruppo politico che riunisce Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia: Paesi che per storia e geografia conoscono meglio di molti altri il pericolo rappresentato da Mosca.

Eppure in quelle ore c’è chi si oppone. Il cancelliere tedesco Scholz, ad esempio, sostiene apertamente che “l’Ucraina non dovrebbe far parte dell’Unione, perché distruggerebbe l’unità dell’UE. Dobbiamo garantire l’unità dell’Unione europea, è spiacevole, ma l’unità è la cosa più importante“. A fargli eco è Mark Rutte, premier olandese, apertamente contrario all’idea: “Per favore“, dice rivolgendosi ai polacchi, “rifiutate questo tipo di sostegno. Il mio governo non lo appoggerà mai, il mio parlamento non lo appoggerà mai. È irresponsabile, distrugge l’unità“.

Ma Varsavia non si smuove. Un alto funzionario polacco ricorda: “Gli abbiamo detto: ‘O siamo visionari, o siamo politici che vivono alla giornata’. Rutte si è rivelato un politico che vive alla giornata. Non capiva il vento della storia“.
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