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Pubblicato il 23 dicembre 2023
Dinanzi al calendario persino Vladimir Putin deve arrendersi: la Guerra dei Tre Giorni è persa, Kyiv non cadrà, non così in fretta. Adesso il presidente prende posto su una poltrona intarsiata d’oro, mentre uno schermo del Cremlino proietta il volto del suo ministro della Difesa, Sergej Shoigu.

È lui ad informarlo dell’andamento dell’Operazione Speciale, a rassicurarlo sul fatto che in fondo, “Vladimir Vladimirovich, tutto sta andando secondo i piani. Te lo riferiamo ogni giorno“. E almeno l’ultima non è una bugia.
Da quasi due anni le giornate di Vladimir Putin iniziano tutte alla stessa maniera. Sveglia attorno alle 7:00, ora di Mosca. Poi briefing sull’invasione: grande enfasi ai successi ottenuti sul campo, molta meno alle perdite registrate. Il direttore della CIA, Bill Burns, ha una sua spiegazione: “La cerchia dei consiglieri di Putin si è ristretta. E in quella cerchia ristretta non è mai risultato utile alla carriera mettere in discussione il suo giudizio o la convinzione quasi mistica che il suo destino sia quello di ripristinare l’influenza della Russia“.

Ma pure Vladimir Putin è stato uno 007. Possibile abbia dimenticato i suoi trascorsi? Davvero ha smarrito la lucidità necessaria a distinguere la verità dall’inganno? Per lunghi mesi, nelle cancellerie occidentali, è questo il quesito che spinge leader e diplomatici ad assolversi dal peccato di non aver visto, non aver capito, ciò che Putin covava dietro i sorrisi di circostanza. Così ci si chiede: il presidente è malato? O forse impazzito? No, troppo facile così.
È vero che l’isolamento ha alimentato le sue paranoie, che il potere assoluto ha inasprito la sua tendenza a considerarsi infallibile. E dopotutto, non si vive meglio in questo modo e in questo mondo? Le rinunce sono il meno. Temendo che i suoi avversari possano penetrare le difese del Cremlino, invadere la sua sfera personale, Putin rifiuta di vivere come un uomo del suo tempo. Nessuna connessione internet, solo resoconti scritti sui principali argomenti del giorno. Sono questi riassunti, spesso non aggiornati, a formare le sue opinioni sull’andamento del conflitto. Questi, ed il suo istinto. È abbastanza, ne è convinto.

Nel 2014 è quasi l’alba quando una riunione fiume con i suoi vertici militari si conclude con la decisione di prendere la Crimea. Ministri e militari sconsigliano caldamente ogni intervento, paventano il rischio di conseguenze catastrofiche per Mosca. Ma Vladimir Vladimirovich ad alta voce ripete quello che da anni è il suo tarlo maggiore, il chiodo fisso che toglie il sonno alle sue notti: se non si interviene immediatamente, la Russia perderà l’Ucraina. Non è per questa ragione che vuol finire sui libri di Storia.
La mollezza occidentale premia il suo azzardo oltre ogni aspettativa. A pochi anni da quella decisione, presentando al mondo intero quello che definirà un “missile invincibile“, la sicurezza dell’uomo di Leningrado è straripante. Davanti agli alti dignitari accorsi per sentire il suo discorso, Putin riassume la lunga strada compiuta dalla Russia. Ma alle sue spalle le immagini che simulano un attacco alla Florida valgono più di mille parole: “Nessuno ha ascoltato la Russia. Ebbene, ora ascoltate“.

Da tempo si dice sia stato nelle settimane dell’isolamento nel ritiro di Valdai, della grande paura per la pandemia, che l’idea di invadere l’Ucraina ha preso concretamente forma. E che a giocare un ruolo decisivo sia stato Nikolai Patrushev, il capo del Consiglio di sicurezza russo.
Se Putin ne ha stima è perché ricorda.

Nessuno meglio di lui può sapere che ai tempi della comune esperienza nelle file del KGB è proprio Patrushev il più talentuoso della compagnia, l’astro nascente per tutti destinato a far carriera. Ma chi può leggere le intenzioni del destino prima che sia compiuto? Una volta nominato primo ministro da Boris Eltsin, Vladimir Vladimirovich può fare solo una cosa per saldare il suo debito con la buona sorte: indicare come proprio sostituto alla guida dei servizi segreti di Russia il più bravo della classe, Nikolai Patrushev. Non se ne pentirà.
C’è la mano di Patrushev dietro ai regolamenti di conti di stampo mafioso che Putin riserva agli oppositori più scomodi. La firma preferita è il veleno, come da tradizione sovietica, ma in patria come all’estero ciò che conta è il risultato.
Tra i molti falchi che sorvolano le cupole del Cremlino, è forse Patrushev a condividere con Putin la più sincera ostilità nei confronti dell’aquila americana.
Negli anni della presidenza Trump, quando Washington annusa il rischio che il legame tra Mosca e Pechino si rinsaldi in maniera decisiva, alti funzionari della Casa Bianca incontrano l’inviato del Cremlino in quel di Ginevra. All’epoca nessuno può sapere che proprio la città svizzera, a distanza di pochi anni, finirà per diventare la sede dell’ultimo incontro tra un presidente americano e quello russo prima dello scoppio della guerra in Europa.

Solo un oscuro presagio sfiora il segretario di Stato USA, Antony Blinken.
A passeggio con l’omologo Lavrov, davanti un lago di Ginevra mai così agitato, ha l’ardire di domandare: “Dimmi Sergej, cosa state cercando di fare? Abbiamo la responsabilità di vedere se riusciamo a calmare il mare, a calmare il lago…“.

Ma quando è il suo turno, in Svizzera, Patrushev non si lascia conquistare dalla cortesia americana. Lo specialista di Cina incaricato dalla Casa Bianca di trattare con i russi prova così a giocare il jolly. Dalla valigetta tira fuori a sorpresa una mappa delle terre storiche russe reclamate dal Dragone. Cosa sta facendo? Cerca di mostrare a Mosca quanto Pechino sia in realtà una minaccia per i suoi interessi. Ma Patrushev chiude, senza scomporsi: “Noi sappiamo chi sono i nostri nemici“.
Solo in un’occasione sembra perdere il controllo. Stranamente, oppure no, riguarda l’Ucraina.
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