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Pubblicato il 27 dicembre 2023
Quando Frank Luntz divide i suoi allievi della Pennsylvania University in due squadre, chiedendo loro di svolgere un dibattito sul conflitto israelo-palestinese, il giovane Ron Dermer non pensa neanche per un istante che possa essere proprio lui a finire nella squadra della Palestina. Sarà pure nato a Miami Beach, la città di cui suo padre è stato sindaco, ma scorre sangue ebraico nelle sue vene. Chi può chiedergli questo? Chi può credere, anche fosse solo per gioco o per via di un’antipatica coincidenza, che possa ora arrivare a tradire le sue origini, i suoi pensieri, i suoi ideali? La distanza non ha attenuato il legame nutrito dalla sua famiglia nei confronti della propria terra. E in casa, di questi temi, neanche si parla: perché il sostegno nei confronti di Israele è “muvan ma’alav“, semplicemente sottinteso.
Eppure Ron non ama perdere. Chi lo conosce da sempre lo descrive come un tipo “altamente competitivo“. Chiaro eufemismo, perfetto per il genere di persona che “non permetterebbe ad un bambino di 3 anni di batterlo a ping-pong“. Esattamente lui.
Così se una sfida è una sfida, allora che sia. Nella perorazione della causa palestinese che segue, Dermer veste i panni di un avvocato pressoché inarrestabile. E per il professor Luntz non ci sono dubbi sul fatto che il successo sia da assegnare al “Team Palestina”. Esultanza dei vincitori di giornata, pacche sulle spalle e strette di mano. Tutto bellissimo, ma allora cos’è, adesso, questo strano senso di colpa che si fa strada nell’animo del campione?
Ron Dermer è come inorridito, sconvolto da quello che gli sta intorno, ma forse più da sé stesso. Davvero è bastato mettere in fila un paio di argomenti convincenti per mandare in frantumi il diritto ad esistere di Israele? Il ragazzo non può stare a guardare: non c’è gloria in questo trionfo.
Adesso è in piedi, al centro dell’aula: davanti a tutti giura che l’unica ragione per cui è riuscito a sbaragliare la concorrenza è perché ha mentito. Dall’inizio alla fine, in ognuna delle sue affermazioni: è con le bugie che Israele è stata sconfitta.
Molti anni dopo, il professor Luntz dirà di lui: “È lo studente più talentuoso che abbia mai avuto“. Ma quel giorno i ruoli si invertono: è il docente, oggi consulente politico tra i più celebri d’America, ad apprendere una lezione, almeno sul conto del ragazzo che gli sta di fronte: “Israele era per lui più importante, anche della sua reputazione personale“.
Di tempo ne è trascorso parecchio da quel giorno in Pennsylvania, da quella vittoria così amara. Ron Dermer è oggi uno dei cinque componenti del gabinetto di guerra israeliano chiamato a rispondere all’attacco più grave che lo Stato Ebraico abbia subito in tutta la sua storia. E non è esagerato dire che dalla sua odierna missione a Washington, perlopiù ignorata dai media, passi una cospicua parte di ciò che vedremo in Medio Oriente nei mesi e negli anni a venire.
Perché all’interno dell’Acquario, la fortezza del potere politico israeliano, è quello di Dermer il parere più ascoltato dal primo ministro Netanyahu. L’ultimo consiglio, la parola che diventa azione. E poi Storia.
Per qualcuno è il suo alter ego, per altri non è niente meno che questo: “il cervello di Bibi“.
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