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Pubblicato il 29 dicembre 2023
Chissà se a Pechino, in quella folle estate del 2008, George W. Bush viene percorso per un attimo da un brivido, nel vedere il numero due della Sicurezza Nazionale USA avvicinarsi in maniera furtiva. Chissà se la mente torna al giorno che ha cambiato la sua vita, e quella di milioni di americani.

Perché non è la prima volta che gli capita. Non è la prima volta che un consigliere gli si affianca per sussurrargli qualcosa all’orecchio. E un presidente lo sa, ma lui più di tutti: una scena come questa non è mai un buon segno.

Il giorno degli attacchi alle Torri Gemelle, il leader del mondo libero siede nell’aula di una scuola elementare a Sarasota, Florida. È il fido Andy Card, il suo Chief of Staff, l’incaricato di scegliere le poche parole che segnano l’ingresso del Pianeta in un’altra epoca: “Un secondo aereo ha colpito la seconda Torre“, dice a bassa voce. Poi, telegrafico, aggiunge il titolo che cambia la Storia: “America is under attack“.

Eppure no, mentre la Cina si appresta a dare il via alle sue attesissime Olimpiadi, stavolta nessuno ha colpito l’America. È dal Caucaso che giungono notizie allarmanti: carri armati russi stanno attraversando il confine con la Georgia. E la guerra, d’improvviso, è alle porte.

Bush non deve sforzarsi più di tanto per notare che ad un passo da lui, a sua volta in attesa di stringere la mano al presidente cinese Hu Jintao, c’è l’uomo che viola la proverbiale tregua olimpica, che mette a repentaglio la pace globale. Lo conosce bene, o almeno così credeva, fino a pochi minuti fa: adesso guarda dritto verso Vladimir Putin.

Se a Sarasota è riuscito a mascherare davanti ai bambini lo shock di un attacco sul suolo americano, tutto il sangue freddo del presidente è impegnato stavolta nell’impresa di resistere alla tentazione di prendere sotto un braccio Vladimir Putin, di chiedergli a bruciapelo cos’abbia davvero in mente.
D’altronde il protocollo non lascia dubbi sul fatto che sia un altro l’uomo a cui Bush deve chiedere spiegazioni. Per ragioni costituzionali, Putin si è concesso un giro in panchina, lasciando a Dmitry Medvedev l’onore di tenere al caldo la sua poltrona al Cremlino. Così, rientrato in albergo, Bush ottiene sì di parlare con Mosca, ma è subito chiaro che sia suo malgrado protagonista di una farsa. È con Putin che bisognerà fare i conti, più prima che poi.
L’occasione si presenta alla Cerimonia d’Apertura dei Giochi. Lo stadio nazionale di Pechino “Nido d’Uccello” è strapieno. Bush e Putin siedono sulla stessa fila, separati soltanto da pochi posti. Non capiterà un’opportunità migliore di questa: l’americano insiste coi vicini, “scambiamo?“. Una volta accanto al russo, George W. Bush sa di avere gli obiettivi delle telecamere addosso. Fare scenate non serve, ma allo stesso tempo non ci sono dubbi sul da farsi: l’America vuole chiarire alla Russia che l’invasione della Georgia rappresenta un errore imperdonabile. Un passo verso il precipizio.

La versione di Putin è sempre la stessa: le colpe, dice, sono lontane da noi. Le responsabilità sono semmai del leader di Tbilisi: è Saakashvili, spiega, il criminale di guerra che ha provocato la Russia. “Ti ho avvertito che ha il sangue caldo“, rivendica Bush. “Anch’io ho il sangue caldo“, replica subito Putin. Non serve conoscerli a fondo per rendersi conto di trovarsi dinanzi ad uno spartiacque. Ma l’ultima battuta è di George W. Bush, dello stesso uomo che alcuni anni prima, guardando negli occhi del presidente russo, aveva creduto davvero di intravedere la sua “anima”: “No, Vladimir“, gli dice ora, “tu hai il sangue freddo“.

Scriveva Agatha Christie che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza“, e solo tre fanno una prova. Ma fate attenzione, perché la Storia dice che è forse più di un caso che il binomio Putin-Olimpiadi di Cina sia foriero di clamorosi sconvolgimenti.
Riporta a tal proposito il giornalista nipponico Katsuji Nakazawa, da sempre ben informato sulle trame di Pechino, che proprio al via dei Giochi Invernali del 2022 abbia avuto luogo la frattura più seria nel rapporto tra Vladimir Putin e Xi Jinping. E che a causarla sia stata l’Ucraina. Per il presidente russo, probabilmente, si tratta di una mossa come tante nell’eterna partita a scacchi con l’Occidente; per quello cinese no: è uno sgarbo personale, uno sfregio, un affronto così grave da condizionare le relazioni tra i due Paesi.
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