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Pubblicato il 07 gennaio 2024
Quando Joe Biden annuncia l’intenzione di nominare Lloyd Austin nuovo capo del Pentagono, la prima e unica obiezione riguarda il suo passato. Può un uomo che ha combattuto per tutta una vita, un generale che ha trascorso i suoi anni migliori ad individuare nemici, ad elaborare strategie per eliminarli, disporre ora della lucidità necessaria per guidare un dipartimento che gestisce la guerra ma dovrebbe preservare la pace? Non è un caso che i legislatori abbiano previsto per legge un periodo di stacco tra la fine del servizio attivo nell’esercito e l’assunzione del massimo incarico civile al Pentagono.
Sette anni di tregua, dopo avere riposto l’uniforme in armadio: è questo il tempo d’attesa dovuto.
Ma chi può dubitare dell’integrità di questo veterano, di colui che in uniforme ha servito e dato lustro al Paese come pochi altri? Se c’è qualcuno che merita la deroga del Congresso, il via libera per aggirare l’ostacolo rappresentato da una clessidra la cui sabbia scorre troppo lentamente, questi è di certo Lloyd Austin.
Ma nella vita ogni cosa è relativa. Il tempo si dilata o restringe a seconda dei punti di vista. Così sette anni sembrano adesso un’inezia se rapportati al silenzio durato tre giorni fonte di imbarazzo e sconvolgimento ai piani alti di Washington DC.

Tre giorni appena, a partire dal primo dell’anno, ma apparentemente eterni per ciò che hanno visto accadere: l’ospedalizzazione di Austin, la mancata comunicazione ai vertici del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Soprattutto: la tenuta all’oscuro del presidente Biden.
La vicenda è nebulosa. E così sembra destinata a restare per ampie porzioni, per volere dei protagonisti, per delicatezza degli argomenti toccati. Ma dettagli e retroscena relativi alla catena degli eventi, alla gestione del caso, alle dinamiche interne alla Casa Bianca, stanno infine vorticosamente venendo a galla.
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