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Pubblicato il 20 gennaio 2024
Quando sente Joe Biden pronunciare in quel di Vilnius una promessa di impegno senza limiti nei confronti dell’Ucraina, Speaker McCarthy non può fare a meno di pensare che si tratti di un errore.
Il presidente americano ha appena garantito che gli Stati Uniti saranno a favore della libertà “oggi, domani e fino a quando sarà necessario“. E certo nessuno che conosca l’inquilino della Casa Bianca da anni, così come McCarthy lo conosce, può dubitare delle sue buone intenzioni. Almeno non su questo tema.
Appena qualche anno fa Joe Biden ha spiegato di essersi candidato per salvare l’anima del Paese. L’America non sarebbe l’America se venisse meno alla parola data, se lasciasse l’alleato ucraino alla mercé della sfacciata aggressione di Vladimir Putin.
Kevin McCarthy lo sa. Hanno combattuto su fronti opposti, e certo sono e saranno un Democratico e un Repubblicano fino alla fine dei loro giorni, avversari per sempre. Eppure nulla, neanche il fatto di comprendere le ragioni che spingono Biden a pronunciare quelle parole, può ora impedire al repubblicano della California di scorgere nelle dichiarazioni del presidente come una macchia, un grave errore di sottovalutazione.

È difficile da spiegare, ma nessuno come McCarthy è in grado di restituire l’esatta temperatura del caos all’interno del Partito Repubblicano. Se ottenere il martelletto dello Speaker è stata un impresa, mantenerlo per mesi sotto le costanti pressioni dei sabotatori trumpiani è stato quasi un miracolo. Per sopravvivergli ha dovuto conoscerli, intuire i loro pensieri, anticipare le loro mosse, assecondare le loro pulsioni. E sa che nel mare magnum delle loro contraddizioni poche cose li mettono d’accordo come l’avversione per il sostegno all’Ucraina.
Per questo, a pochi giorni dalle elezioni Midterm in cui il GOP sogna di mettere le mani su entrambe le camere del Congresso, è l’originario di Bakersfield a prodursi in una previsione che finirà per rivelarsi tremendamente corretta: se i Repubblicani riconquisteranno la maggioranza alla House, assicura, non firmeranno “un assegno in bianco” per l’Ucraina. Non serve interrogarsi sulle ragioni: “Semplicemente non lo faranno“.

Sono in pochi in quelle ore a dare il giusto peso alle dichiarazioni dello Speaker. Le elezioni di metà mandato alle porte, la fiducia nei progressi della controffensiva ucraina convincono i più che il problema non tornerà a bussare alla porta degli Stati Uniti. Ma a Vilnius è già tardi. Le parole di Biden appaiono scollegate dalla realtà politica, ignare del fatto che il GOP non sia più quello degli anni di Reagan e neanche quello di Bush.
Perché il presidente si espone così tanto? Perché sta legando la propria credibilità internazionale alla tenuta dell’Ucraina? Forse dipende dal fatto che abbia fiducia nell’America. È difficile accettare che sia cambiata al punto da non riconoscere l’importanza della sua missione nel mondo. Del resto solo pochi mesi prima il Congresso ha approvato un pacchetto da 40 miliardi di dollari in aiuti per l’Ucraina. Con una maggioranza schiacciante in entrambe le camere. Biden non può credere che quegli stessi deputati, quegli stessi senatori, possano d’un tratto dimenticare l’importanza del loro sostegno, rendere una guerra in Europa una questione di partigianeria politica, giocare a dadi col futuro di milioni di persone.
Eppure lasciando Washington per Natale, facendo ritorno nei rispettivi Stati d’appartenenza senza prima aver siglato l’intesa sull’atteso nuovo pacchetto di aiuti da 60 miliardi necessario alla resistenza di Kyiv, non è proprio questo che hanno deciso di fare?
Sul campo di battaglia, là dove le decisioni della politica non sono parole vuote ma differenza tra la vita e la morte, a pagare il conto dello stallo del Congresso sono i soldati ucraini, costretti in molti casi a riadattare il loro stile di combattimento. Per penuria di munizioni. Per mancanza di alternative.
No, non è questa la cattiva notizia. È che il peggio potrebbe ancora venire.
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