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Pubblicato il 02 marzo 2024
Ormai da settimane la sabbia inesorabile si deposita sul fondo della clessidra, senza che i molti tentativi di invertirne il corso abbiano successo. Così quando la misura sarà colma, forse al termine di un Super Tuesday giocato in tono minore, Nikki Haley farà infine i conti con un misto di emozioni e sentimenti. Da un lato amarezza e frustrazione, tipiche di chi sente di avere ben pochi rimpianti, colpevole solo di essersi trovata al posto giusto in un tempo avverso. Ma dall’altro pure un retrogusto amaro, quasi un inspiegabile sollievo. Come se la fine di una campagna fatta di molti colpi sotto la cintura, di frecce velenose scoccate dagli avversari verso la propria famiglia e la propria persona, non fosse poi una notizia per cui disperare.
Sarà allora di buon mattino, all’alba del giorno dopo le ultime sconfitte, che Nikki Haley capirà che tutto è in qualche modo finito. E sarà, più di preciso, quando a darle il buongiorno non sarà uno dei molti giornalisti al seguito di questa corsa, quando nessuno più le domanderà: “Perché non ti ritiri?“.

La risposta al quesito di cui sopra ha sempre toccato diverse corde, restituendo una melodia al contempo affascinante e fin troppo vaga. C’è chi crede che Haley vada alla ricerca di una “sorpresa di primavera”, forse una condanna di Donald Trump, comunque un colpo di scena capace di mettere in discussione tutte le certezze date fin qui per acquisite. Ma le tesi a corollario ormai si sprecano. È opinione diffusa che Nikki stia compiendo un investimento, per quanto rischioso e a lungo termine. Una scommessa sulla sconfitta di Trump alle presidenziali di novembre.
A quel punto, dopo mesi trascorsi ad incarnarne l’unica alternativa, ecco che Haley potrebbe cercare di raccogliere i frutti di questa di questa faticosa semina, sebbene scontrandosi con le resistenze di un trumpismo deciso a sopravvivere pure dopo l’eventuale fine politica del suo fondatore. Il messaggio indirizzato al Partito Repubblicano, a cose fatte, suonerebbe più o meno così: “Eccomi, ero il futuro. Ora posso essere il presente, il vostro 2028“.

Del resto quali sono i motivi per rinunciare alla contesa? Le campagne elettorali si chiudono il più delle volte per assenza di fondi. Ma il misterioso caso di Nikki Haley è quello di una candidata che continua a perdere primarie su primarie, eppure ad ottenere la fiducia degli investitori, gente abituata a dare un peso ai propri denari. Nell’ultimo mese – caratterizzato dai ko in Nevada, Isole Vergini, South Carolina e Michigan, tanto per gradire – la campagna di Haley ha raccolto la bellezza di 12 milioni di dollari, superando quella di Trump per fondi incassati. Così alle richieste di farsi da parte c’è chi oppone la logica del salvadanaio: “Perché dovremmo andare, se possiamo restare?“.

Chi crede che il tempo del passo di lato sia venuto ragiona forse con logiche corrette, ma comunque di ieri. Prolungare la corsa, è la tesi, vorrebbe dire esercitare un accanimento terapeutico senza prospettiva di guarigione, andare incontro ad un’inutile agonia. Per giunta provocando danni a lungo termine a tutta una carriera. Ma Haley ha già detto di non voler “baciare l’anello” del boss del partito. Né è semplice immaginare quale tipo di tornaconto potrebbe ottenere da Trump facendosi da parte adesso, avendo deciso per tempo che la strada della vicepresidenza non fa al caso suo.
Il premio di consolazione individuato da chi tenta di comprendere le ragioni di questa corsa senza-quasi-speranze è quello che associa all’aumentare del peso politico di Haley una capacità di influenzare le politiche del Partito Repubblicano prima e dell’amministrazione Trump poi. Un’ipotesi di scuola vede Haley giungere ad una sorta di appeasement con lo stato maggiore trumpiano, ricevendo in cambio l’impegno del GOP a non far mancare alla NATO il sostegno americano in caso di vittoria su Joe Biden. Proposito di certo lodevole, ma non sufficiente a motivare questa dolorosa maratona: non si mettono in gioco faccia, famiglia, carriera, per tentare di orientare le scelte di un altro aspirante presidente. Restano così in piedi due teorie soltanto, quelle che prescindono dall’umano desiderio di dare battaglia.

Il primo affonda le sue radici nelle regole della convention repubblicana in programma nel mese di luglio in quel di Milwaukee.
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