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Pubblicato il 12 marzo 2024
Il messaggio veicolato dai leader delle agenzie di intelligence USA, durante l’audizione andata in scena ieri sera al Senato americano, è chiaro, limpido, cristallino: nei prossimi mesi il mondo libero si gioca una fetta importante di futuro. Spoiler: non sarà una passeggiata.

Oltre due ore di interventi, informazioni riguardanti tutte le principali minacce agli interessi nazionali USA e Alleati. Lo spettacolo è quello di uomini e donne di comprovata esperienza, professionalità di primo livello, consapevoli che dalla loro capacità di convincere la classe politica americana passerà – senza esagerazioni – il futuro del mondo. Siamo all’interno di una mano di poker, non ci sono certezze, è la vita dell’agente segreto.

A prendere la parola è Bill Burns. Il direttore della CIA è uno degli uomini chiave di questa fase storica, in America e non solo. Burns è il plenipotenziario di Joe Biden sulla scena internazionale, molto più di un ministro, molto più che un consigliere. Per qualcuno è il personaggio perfetto di un romanzo di John Le Carré, l’agente segreto che nel mezzo di una festa all’ambasciata sussurra all’orecchio di un dignitario che la città sta cadendo in mano ai ribelli, e che una nave sarà al porto ad aspettarlo a mezzanotte.

Ma nelle sue parole, questa volta, non c’è poesia. Quando viene interpellato dalla Commissione Intelligence è per parlare di Ucraina. Le sue valutazioni vengono ascoltate dall’aula con estrema attenzione. Tutti sanno che il punto di vista di Burns è quello di un uomo che ha servito per anni come ambasciatore americano a Mosca: conosce l’avversario meglio di chiunque altro in quella stanza. Fu lui a recarsi a Kyiv per informare Volodymyr Zelensky che i russi avrebbero attaccato. Fu sempre lui a fare il suo ingresso al Cremlino, pochi mesi prima dell’invasione, per parlare con Vladimir Putin da una linea telefonica protetta con la capitale russa in lockdown, mai così spettrale. Fu lui ad informarlo che gli Stati Uniti erano pienamente a conoscenza dei suoi piani. E fu ancora lui, a guerra in corso, a recarsi nella periferia di Ankara, nei locali del quartier generale dell’intelligence turca, a guardare nelle palle degli occhi l’omologo russo, Sergei Naryshkin, per informarlo per filo e per segno delle “conseguenze catastrofiche” che Mosca avrebbe affrontato in caso di impiego di arma nucleare sul suolo ucraino.

Burns informa i presenti di essere appena tornato dalla sua decima visita in Ucraina dall’inizio della guerra. I viaggi del direttore della CIA sono leggendari, appartengono alla sfera dello 007 perennemente in missione: buona parte dei suoi itinerari vengono alla luce soltanto a cose fatte, sa come muoversi sotto copertura. Ma la visita in Ucraina non è stata una visita come tutte le altre. Burns afferma di aver lasciato il Paese con “la convinzione che siamo a un bivio profondamente importante“. Ci sono due strade, dice, una molto diversa dall’altra.

“In fondo a una strada, con l’assistenza supplementare approvata dal Congresso, c’è la possibilità molto concreta di consolidare un successo strategico per l’Ucraina e una sconfitta strategica per la Russia di Vladimir Putin“. La valutazione della CIA è che con gli aiuti americani l’Ucraina abbia il potenziale per resistere nel 2024 e nel 2025 continuando ad infliggere perdite importanti alla Russia, “non solo con attacchi di penetrazione profonda in Crimea ma anche contro la flotta del Mar Nero“. Burns crede che l’ok del Congresso possa valere per Kyiv il pallino del gioco: “L’Ucraina può mettersi nella posizione, entro fine 2024/inizio 2025, di riconquistare l’iniziativa offensiva e di mettersi in condizione di negoziare da una posizione di maggiore forza“.

Cosa sta dicendo Bill Burns? Sta delineando gli scenari. Sta dicendo ai politici di Washington che gli aiuti del Congresso sono decisivi per portare l’Ucraina a condurre la partita, nella condizione di scegliere se spingersi oltre nella guerra o se accontentarsi di un negoziato che porti ad una pace giusta e duratura.
Eppure è noto che gli aiuti americani siano bloccati da mesi. Lo scorso mese, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quattro senatori USA sono rimasti profondamente scossi dal racconto fatto loro dai funzionari ucraini presenti in Baviera. La storia era quella di un soldato ucraino dispiegato in una trincea fangosa, con l’artiglieria russa intenta a fare fuoco poco lontano, eppure impegnato a compulsare il telefono alla ricerca di segnali che la Camera USA fosse disponibile ad approvare gli aiuti militari. È un’immagine straziante: ciò che a Washington è battaglia politica, campagna elettorale, è al fronte ucraino il primo pensiero del giorno, l’angoscioso memento di chi teme di ritrovarsi a corto di munizioni. La differenza che passa tra la vita e la morte.

Ma torniamo alle parole di Bill Burns, al bivio della Storia osservato nel corso della sua ultima visita a Kyiv. La prima strada illustrata è quella in cui tutti fanno la propria parte, in cui l’America sceglie saggiamente di esercitare la propria leadership mondiale, ma “in fondo all’altra strada“, osserva il numero uno della CIA, “mi sembra, si trova un futuro molto più cupo“.
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