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Pubblicato il 15 marzo 2024
Nei circoli ristretti di Washington DC, fra i capannelli di parlamentari che guidano i processi decisionali, nel team di Sicurezza Nazionale del Presidente degli Stati Uniti, basta la parola: ATA. Tre lettere per indicare il rapporto più atteso dell’anno, quello in cui la Comunità di Intelligence americana passa al vaglio il livello di minaccia proveniente dai quattro angoli del globo, per gli USA e per i suoi Alleati. Il report di quest’anno è lungo 41 pagine. Per interpretarlo bisogna spesso leggere fra le righe, prestare attenzione alle espressioni impiegate, attivare il radar, fiutare l’aria, scrutare l’orizzonte per riconoscere i segnali di una tempesta in arrivo. La premessa è incoraggiante, rasserenante: “Nel corso del 2024, gli Stati Uniti dovranno affrontare un ordine globale sempre più fragile, messo a dura prova da competizione strategica tra le grandi potenze, sfide transnazionali più intense e imprevedibili e da molteplici conflitti regionali con implicazioni di vasta portata“. Auguri. Adesso potete allacciare le cinture, alla fine mi ringrazierete.

Il documento è diviso per aree di interesse. Il paragrafo più corposo è quello che gli 007 USA dedicano alla Cina. L’America ammette: Pechino ha il potenziale per “competere direttamente con gli Stati Uniti” e “alterare l’ordine globale basato sulle regole“. Perché bisogna stare attenti alle parole? Perché l’anno scorso, in quel di Washington, regnava maggiore ottimismo. Nel rapporto del 2023 la Cina veniva infatti reputata in grado di “tentare di alterare” l’ordine mondiale. Adesso il margine d’errore è venuto meno, il dubbio non sussiste: la Cina è una minaccia di primo livello, anzi, è “la” minaccia alla leadership statunitense.
Mettete insieme le gravi sfide demografiche ed economiche affrontate dal Dragone, agitate, mescolate, avrete un Partito Comunista Cinese portato ad operare in maniera “ancora più aggressiva e imprevedibile“. La valutazione dell’intelligence americana è la seguente: nel 2024 l’attuale leadership cinese si adopererà per “prevenire le sfide alla sua legittimità“. Il punto chiave è l’elefante nella stanza da tempo: il caso di Taiwan.

Nel 2024 la Cina “eserciterà pressione” su Taipei per l’unificazione, dando vita ad una dinamica che “creerà punti di attrito critici con gli Stati Uniti“. Al netto delle battute d’arresto nel campo economico, la Cina tenterà di ridurre la propria dipendenza dalle tecnologie straniere e di indirizzare il proprio capitale verso la modernizzazione delle proprie forze armate. Si tratta di un segnale importante soprattutto sul medio periodo. La strategia di Pechino appare chiara: perseguire la propria crescita, prepararsi allo scenario peggiore, al cigno nero di una guerra, ma nel frattempo cercare di rinviarlo fino a quando non si sentirà pronta ad affrontarlo. Non a caso la previsione americana è la seguente: “I leader cinesi cercheranno opportunità per ridurre la tensione con Washington quando crederanno che questo sarà di beneficio per Pechino“. Come esempio viene citata la richiesta di Xi Jinping di incontrare il presidente Biden a San Francisco, nel novembre del 2023. No, non erano solo rose e fiori.

La politica estera di Pechino sarà fatta di bastone e carota. Provocazioni nei confronti dei vicini asiatici, tese a scoraggiare la prospettiva di un confronto, accompagnate dalla narrazione di una Cina “campione dello sviluppo globale“. L’obiettivo sarà perseguito con l’ausilio di alcune delle iniziative che in questi anni abbiamo imparato (nostro malgrado) a conoscere – si legga alla voce “Nuova Via della Seta” – ma anche da una narrazione rivolta in particolare verso quel “Sud globale” che il Dragone ha individuato come terreno fertile per promuovere una visione alternativa a quella incarnata dall’Occidente, dove la stabilità politica viene considerata una priorità rispetto ai diritti individuali. Siamo alla sponsorizzazione dei regimi totalitari rispetto alle democrazie in ritirata, incredibile ma (purtroppo) vero.
Sarà questo il modo per rafforzare vecchie alleanze, per stringerne di nuove, tenendo sempre ben presente l’interesse nazionale. Emblematico il caso russo, con Xi Jinping accorto a bilanciare il livello di sostegno (anche in materia di difesa) nei confronti di Mosca, tenendolo sempre al di sotto del livello di guardia, per non rischiare di compromettere i propri interessi economici e diplomatici.

Un capitolo a parte è quello dedicato alle armi di distruzione di massa. Gli elementi raccolti dagli agenti segreti americani indicano uno sviluppo importante: la Cina teme che lo sviluppo del proprio esercito abbia aumentato la probabilità di un “first strike” americano.
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