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Pubblicato il 26 aprile 2024
Kyrilo Budanov, capo delle spie di Kyiv, non è mai stato tipo di troppe parole. Né di immotivati pessimismi. Così bisogna prenderlo sul serio quando avverte: l’Ucraina dovrà affrontare una situazione “difficile” da qui a poche settimane. “Non sarà l’Armageddon“, si affretta a precisare, consapevole dell’eco che ogni sua parola porta in dote, e del possibile impatto sul morale della popolazione. Ma è un fatto che “tra metà maggio e inizio giugno” i soldati al fronte dovranno stringere i denti, serrare i ranghi e, per chi crede, pregare che la tempesta passi in fretta.

La tempistica indicata coincide con la nuova “grande offensiva russa” annunciata a più riprese dallo stesso Zelensky, e in generale con le valutazioni che da mesi – anche ora che l’America ha infine rilanciato, autorizzando l’invio di nuovi aiuti – caratterizzano le conversazioni private tra i leader più consapevoli della NATO.

È a conclusione di ogni ragionamento, al momento di stringersi la mano per congedarsi, che si giunge sempre, inevitabilmente, alla stessa conclusione: messa da parte la categoria degli imprevisti come tali imprevedibili, il 2024 dovrà essere l’anno della resistenza, della sopravvivenza. Limitare i danni adesso, respingere gli assalti russi, significherebbe così allontanare non solo lo spettro di un’umiliante resa, ma pure accarezzare lo scenario di una nuova controffensiva ucraina nel 2025. Sperando che le lancette dell’orologio girino in fretta.
Eppure i generali dell’Alleanza affiancano ai migliori auspici anche indicibili scenari da incubo: lo fanno per mestiere, perché se non lo facessero non ne avrebbero uno. E del resto il grande tabù, l’idea che truppe occidentali possano un giorno non troppo lontano arrivare in Ucraina, almeno a parole è già stato infranto. È stato Emmanuel Macron ad intestarsi l’onere dell’azzardo, ad aprire alla prospettiva di un cambio di spartito, giurando che per quanto non vi sia – oggi – “consenso sull’invio formale di soldati di terra, nulla è escluso” per il futuro.

E poco importa che il tentativo di ripristinare l’ambiguità strategica nei confronti di Mosca si sia arenato a metà fra ambizione e velleitarietà, fallendo fragorosamente nello spazio di poche ore, con gli Alleati pronti a rintuzzare nel tempo di un amen la posizione non concordata di Parigi. Perché nessuno può negare che nelle ultime settimane qualcosa abbia preso a muoversi, quanto meno nella presa d’atto che l’Occidente non dovrebbe in alcun caso consentire la vittoria di Putin. Se necessario arrivando a rimboccarsi le maniche. Se necessario mettendo i suoi stivali sul terreno ucraino.

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