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Pubblicato il 08 giugno 2024
Quando arriva la conferma di ciò che i monitor già suggeriscono, ma gli occhi faticano ancora a realizzare, nella War Room israeliana è il momento del sollievo, della commozione.

“Semi d’Estate“: è così che i vertici militari hanno voluto ribattezzare l’operazione di salvataggio di Noa Argamani, Andrey Kozlov, Shlomi Ziv e Almog Meir, dal 7 ottobre ostaggi di Hamas.
Ma è soltanto il sorriso sui loro volti, la certezza che stiano “bene“, come “bene” si può stare dopo un incubo di tale portata, a confermare che la semina dello Stato Ebraico, almeno questa, ha infine portato i suoi frutti.
Merito delle forze speciali israeliane, impiegate a centinaia nell’operazione, eppure per la stragrande maggioranza tenute fino all’ultimo momento utile all’oscuro del reale obiettivo della missione, nella speranza di ridurre al minimo l’eventualità di fughe di notizie capaci di mettere a rischio l’impresa.
Ma pure con gli occhi bendati dalla coltre di segretezza, i soldati israeliani hanno presto compreso l’importanza della posta in palio.
Troppo scrupolosa la preparazione per pensare a un obiettivo minore. Settimane di addestramento trascorse replicando in dettaglio lo scenario che sarebbero stati chiamati ad affrontare, esercitandosi nelle possibili risposte da opporre a un nemico che, avendone l’occasione, avrebbe sparato per uccidere.
E non è un caso che nei modelli riprodotti dallo Yamam, l’unità antiterrorismo d’elite israeliana, i dirigenti della sicurezza abbiano rinvenuto la stessa meticolosità caratteristica dell’Operazione Entebbe, la mitologica missione di salvataggio che nel 1976 riportò a casa i passeggeri di un volo Air France dirottato in Uganda dai terroristi dell’Olp. La stessa in cui Yoni Netanyahu, fratello di questo primo ministro, perse la vita.
Ma al netto dell’addestramento, della volontà di non fallire, fino davvero all’ultimo istante tutto resta in bilico.
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