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Pubblicato il 24 giugno 2024
Nell’ottobre del 2016, Joe Biden è un uomo ancora forte. Lo zio d’America che vacilla sotto i colpi della vita, ma non si piega. Chi lo conosce sa bene cosa sta passando: la morte di Beau, suo figlio, è una ferita che non si rimargina. E al confronto, l’amarezza provata nei confronti di Barack Obama è quasi una carezza.

Eppure il rancore, ogni tanto, si riaffaccia. Soprattutto adesso che Donald Trump sembra davvero poter mettere le mani sulla Casa Bianca.
Biden credeva e sperava di essere lui, la scelta del suo presidente, l’uomo giusto al posto giusto per sfidare The Donald. Pensava di meritarlo. Credeva di poter vincere. Ma è nell’agone politico da troppo tempo per non capire che non è questo il momento di combattere questa battaglia.
Così, quando sale sul palco di Wilkes-Barre, Pennsylvania, per tirare la volata a Hillary Clinton, la rabbia in purezza che fa capolino sul suo volto è quella che prova verso l’America, la sua America. Non si capacita che i suoi connazionali possano prendere in considerazione di scegliere un individuo come Trump per la presidenza. Li conosce, è uno di loro da sempre. E pagherebbe per potere sfogare una parte, una minima parte, del suo dolore in questa guerra che è sua soltanto in parte:
“La stampa mi chiede sempre se non vorrei essere io a dibattere con lui. No, vorrei che fossimo al liceo: così potrei portarlo dietro la palestra. Ecco cosa vorrei“.
Nel gennaio di quasi otto anni dopo, quando un Premio Pulitzer come Evan Osnos lo raggiunge all’interno dello Studio Ovale, è chiaro che il furore di quel giorno sia svanito. Se n’è andato insieme al vigore e alla bellezza di un uomo che sulla propria pelle ha sperimentato più di altri quanto i dolori della vita siano in grado di segnare il cuore, la mente e pure il fisico.

Gli occhi sono ridotti a due fessure. La voce ha perso qualche nota verso il basso: alle volte risulta stridula, si incrina più facilmente. I medici hanno poi registrato un irrigidimento dell’andatura: colpa dell’artrite, afferma l’ultima serie di esami. Per dissipare i dubbi sulla sua capacità di servire, Biden ha smesso di riproporre la gag in cui si rifugiava nel 2020 ogni volta che i giornalisti lo assediavano con le domande sull’età: “Guardatemi“, diceva allora. Oggi non può più farlo. Lo zio è diventato il nonno d’America.

Il Presidente si sposta ora verso la sala da pranzo. Ha deciso di mostrare all’intervistatore la stanza in cui Trump è rimasto per 187 minuti senza muovere un dito durante l’assalto a Capitol Hill. Ma il vecchio Joe non sa resistere alla tentazione di uno scherzo innocuo. Gli agenti del Secret Service chiamati a occuparsi della sua sicurezza sono nel corridoio, convinti che Biden resterà seduto dietro la scrivania almeno per un po’, insieme al proprio ospite. “Celtic è nello Studio Ovale“, comunicano tramite auricolare riferendosi al Presidente col suo nome in codice. Certo non si aspettano che alle loro spalle qualcuno sia in procinto di farli sobbalzare: “Ehi, ragazzi, c’è un’irruzione“, si diverte Biden.

La visita guidata dura poco. Il Presidente preferisce tornare nello Studio Ovale. Una volta preso posto dietro la sua scrivania, l’uomo più potente del Pianeta tira fuori un appunto: annotati ci sono i commenti di Trump nelle ultime settimane. Adesso legge a voce alta: “Io dittatore? Solo il primo giorno di presidenza“. E ancora: “Gli immigrati? Avvelenatori del sangue del nostro Paese“. Biden ne ha abbastanza, scaglia il foglio sulla scrivania: “Ma che diavolo!“, sbotta, “se io e te ci fossimo seduti dieci anni fa e ti avessi detto che un Presidente avrebbe detto queste cose, mi avresti guardato come a dire: ‘Biden, hai perso il senno’“.

Sono trascorsi diversi mesi da quella conversazione, mentre mancano pochi giorni alla notte di Atlanta. È difficile che i dibattiti tra candidati modifichino la traiettoria di una corsa presidenziale, ma la sensazione è che quello con Donald Trump possa essere un momento spartiacque. È per questo che Joe Biden ha deciso di riparare a Camp David, il rifugio dei presidenti. Protetto dalle montagne del Maryland, attorniato dai pochi e selezionati fedelissimi, l’inquilino della Casa Bianca cerca risposta alla domanda che perseguita anche i suoi più ferventi sostenitori: è ancora in grado di servire?

Novanta minuti non sono quattro anni, ma senza appunti ammessi sul podio, con due sole pause corrispondenti ad altrettante interruzioni pubblicitarie, e il divieto categorico di confrontarsi col proprio team, la sensazione è che il dibattito in Georgia possa rappresentare un test affidabile sulle condizioni del presidente.
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