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Pubblicato il 27 giugno 2024
L’anziano Ali Khamenei guarda al futuro accigliato. Non è bene cambiare i programmi della Guida Suprema. Ma nemmeno il capo della Repubblica Islamica può opporsi al destino.

La morte di Ebrahim Raisi è giunta inattesa, e il regime è apparso impotente, per troppe ore esposto ai venti della Storia, costretto persino a un’umiliante richiesta d’aiuto ai nemici di sempre, incapace di rintracciare il suo presidente disperso.
Così adesso è tempo di reagire, di chiedere agli iraniani di fare la propria parte, di badare al sodo.

Farlo significa lanciare messaggi chiari, categorici. Il primo: non è ora di pensare alla successione del Grande ayatollah.
Khamenei ha 85 anni, e convive con la malattia, ma attraverso il Consiglio dei Guardiani, braccio armato elettorale del regime, ha esercitato il consueto potere di veto sulle candidature sgradite alla presidenziali in programma il 28 giugno. Così, si è preso la briga di chiarire: sono io la Guida Suprema, e sono qui per restare.

Non è un caso, allora, che tra gli aspiranti eredi di Ebrahim Raisi non figuri che un solo chierico, ma di rango inferiore. La sola presenza di un esponente dell’alto clero, requisito fondamentale per ambire alla carica di Guida Suprema, ancor più se fra i 60 e i 70 anni – età giudicata ideale per coniugare esperienza e un certo orizzonte di vita – avrebbe infatti rappresentato un indizio sulle intenzioni di Khamenei di risolvere due questioni in un solo colpo: incoronare un nuovo presidente e un suo potenziale successore.
Ma l’unico religioso della lista, Mostafa Pourmohammadi, non gode di lignaggio adeguato, non discende dal profeta Maometto, come testimonia il suo turbante bianco anziché nero. Non sarà lui il prossimo uomo forte dell’Iran.

Il secondo diktat è arrivato nell’ultimo intervento prima del voto.
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