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Pubblicato il 28 giugno 2024
Proprio adesso che nelle chat di partito dilagano panico e frustrazione, a maggior ragione ora che persino nelle redazioni amiche i pianeti sono allineati nel chiedergli un passo indietro, è probabile che Joe Biden senta che tutto sta andando al suo posto.
Nessun errore, solo passione per le biografie. Una carriera così lunga autorizza la costruzione di una sorta di mitologia: quelli bravi la chiamerebbero “narrazione“. E quella di Joe Biden ruota tutta attorno ad un concetto: ogni volta che sembra finito, tutte le volte che appare sconfitto, l’uomo trova il modo di tornare a galla, di smentire i pronostici.

Così chi vuole convincerlo che sia arrivato il momento di farsi da parte, che visto il disatroso dibattito con Trump sia giusto lasciare spazio a un giovane (sì, ma quale?), dovrà giocoforza fare i conti con questo elemento: l’orgoglio di chi crede ancora – a torto o a ragione – di essere l’unico americano vivente a poter battere The Donald. E il solo, ad oggi, a poter dire di averlo fatto.
Non è arroganza, attenzione, chiamatela solo “fiducia in sé stessi”. Per capire bisogna riportare indietro le lancette, tornare agli anni a Scranton, Pennsylvania, all’infanzia di cui spesso ha raccontato: “Ero piccolo per la mia età, ma compensavo dimostrando di avere fegato. Per sfida, mi arrampicavo in cima a una discarica in fiamme, mi dondolavo su un cantiere, sfrecciavo sotto un camion in movimento. Se riuscivo a visualizzare me stesso mentre lo facevo, sapevo di poterlo fare“.
Lo fece nel 1972, quando da consigliere semisconosciuto sfidò e sconfisse l’apparentemente imbattibile senatore Boggs, ribaltano i sondaggi che a pochi mesi dal voto gli attribuivano appena il 3%. E lo ha fatto molte altre volte in seguito, l’ultima pochi anni fa, quando le batoste alle primarie in Iowa, New Hampshire e Nevada portarono i suoi consiglieri a prevedere la fine della corsa nel giro di poche settimane. Ma poi arrivò il South Carolina, e poi il Super Tuesday, e poi tutto il resto.
Certo è difficile guardare alla storia con speranza proprio oggi, quando il ricordo di un dibattito negativo sotto ogni aspetto è ancora così fresco. Ma questo, piaccia oppure no, è esattamente ciò che farà il Presidente. Ed è l’ostacolo principale che chiunque voglia archiviarlo, pensionarlo anzitempo, dovrà prendersi la briga di superare. Perché Joe Biden ha vinto le primarie, e la decisione di correre o meno, spetta a lui, e a lui soltanto.
Ciò non significa che le pressioni non mancheranno. Soprattutto nelle prossime ore. Ma chi crede che Biden debba farsi da parte dovrà trovare il coraggio di bussare allo Studio Ovale molto presto. Perché non c’è tempo per metabolizzare, per far decantare. È vero che la convention democratica si terrà il 19 agosto, a quasi due mesi da oggi, ma la mappa elettorale impone tempi ancora più stretti, con la legge dell’Ohio che obbliga a individuare i candidati entro e non oltre il 7 agosto.
Quaranta giorni, nei quali tentare di capire chi si intesterà il tentativo di archiviare un presidente.
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