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Pubblicato il 04 luglio 2024
È stata al suo fianco per troppo tempo, ha vissuto picchi di dolore così vero, così intenso, per cedere il passo proprio adesso, per chiamarsi fuori ora che di lei c’è un disperato bisogno, per pensare di lasciare il lavoro incompleto. E allora eccola, Jill Biden: nella notte di Atlanta è la sua sagoma a spuntare per prima al suono del gong. La First Lady si dirige rapida verso il Presidente: è un pugile scosso, suonato, quello che è chiamata a soccorrere.
Se qualcuno, dal suo angolo, avesse avuto l’autorità per farlo, avrebbe forse gettato la spugna dopo i primi terribili scambi. Non lei, non Jill. Non chiamatelo egoismo. Non è neanche cattiveria. È fiducia, forse fede, nelle doti del suo “ragazzo”. Se cieca è troppo presto per dirlo. La storia ha i suoi tempi. Spesso vanno oltre la cronaca.

Mentre prende per mano suo marito, mentre lo aiuta a scendere gli scalini di quel palco traditore, il resto del copione non è un mistero. Se lo conosce a memoria, è perché lo interpreta da tutta una vita. Così, quando la porta dello studio si chiuderà alle loro spalle, quando il rumore di fondo avrà fatto finalmente spazio al silenzio, il Presidente chiederà consiglio. E le parole di sua moglie varranno più di mille sondaggi.
Accade proprio in questo modo: “Sai, Jill, non so cosa sia successo. Non mi sentivo così bene“, confida un disorientato Joe Biden. E lei: “Senti, Joe, non lasceremo che 90 minuti definiscano i quattro anni in cui sei stato presidente“.

Se questa dichiarazione d’intenti, e insieme d’amore, basterà per salvare la campagna di Biden sarà chiaro al più tardi nello spazio di qualche giorno. Perché al di là delle smentite di rito, e pure oltre il tentativo di minimizzare (forse troppo) quanto accaduto nel confronto con Trump, è evidente che il Presidente sia ora sottoposto a pressioni senza precedenti, a spinte difficilmente ignorabili. A meno, forse, di non chiamarsi Joe Biden.
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