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Pubblicato il 17 luglio 2024
Nonna “Mamaw“, la donna che lo ha cresciuto al posto di una madre troppo presa dalle sue dipendenze, in fin dei conti non si sbagliava: “JD, non essere mai come questi fottuti perdenti che pensano le carte siano tutte a loro sfavore. Puoi fare tutto quello che vuoi“. Ora è più o meno da sempre che JD Vance dimostra di averla presa in parola, sovvertendo i pronostici, smentendo gli scettici. Ma forse neanche l’ambizioso ragazzo venuto dall’Ohio, prodotto dell’America bianca e dimenticata, avrebbe osato spingersi a tanto coi propri sogni, coi suoi pensieri.

La scelta di Donald Trump, la sua indicazione come vicepresidente in caso di vittoria a novembre, lo rende non solo il favorito d’obbligo per la nomination repubblicana nel 2028, ma anche un’opzione per la Casa Bianca molto prima. Nessun errore. Per capire basta tornare indietro di pochi giorni: un proiettile sfrecciato a un centimetro dalla testa di Trump ha mostrato quanto la vita possa essere questione di Fortuna, quanto il Destino sia sempre in agguato.
Prendete JD Vance. La storia dice che fosse restio a mettere mano al libro che ne avrebbe cambiato la storia. Hillbilly Elegy, poi tradotto a queste latitudini in “Elegia americana”: memorie che sentiva di non essere all’altezza di scrivere, bestseller che ha rischiato di restare in un cassetto.
Nel marzo del 2022, quando le primarie GOP per il seggio senatoriale dell’Ohio lo vedono annaspare, è proprio quel libro a ribaltare gli schemi. Uno dei suoi finanziatori, al telefono con Donald Trump Jr, lo menziona distrattamente. E il figlio maggiore dell’ex Presidente, il più focoso, il più influente, risponde a razzo: “Ho letto Hillbilly Elegy e mi piace davvero tanto. Ho amato quel libro, caz*o, e non ho mai capito come mai lui non abbia capito Trump nel 2016“.

La domanda è legittima. JD Vance diventa famoso perché il suo racconto personale è in grado di interpretare l’ascesa del trumpismo, l’origine del fenomeno che nel 2016 provoca lo shock dell’establishment, la conquista della Casa Bianca dell’uragano Donald. E lo fa da una prospettiva di critica feroce nei confronti di Trump. Lo paragona ad “eroina culturale. Fa sentire meglio alcuni per un po’. Ma non può curare ciò che li affligge” e “un giorno se ne renderanno conto“, pronostica. Ancora: dice di andare “avanti e indietro tra il pensare che Trump sia uno stron*o cinico come Nixon, che non sarebbe poi così male (e potrebbe persino rivelarsi utile) o che sia l’Hitler d’America“.
È per questo che anni dopo, quando la metamorfosi si completa, quando ammette candidamente di essersi sbagliato, di aver confuso il ruolo e le intenzioni di Trump, l’atteggiamento di The Donald nei suoi confronti è inizialmente scettico: “Non eri un mio grande fan nel 2016“, gli dice l’ex Presidente con un sorriso, “mi piaci, ma hai detto delle cose davvero cattive su di me“. Forse condivide il pensiero comune a molti dei suoi detrattori: JD Vance è un arrivista, un ragazzo molto ambizioso, forse troppo, disposto a tutto per scalare la piramide, anche a tradire i suoi ideali. Lui giura il contrario.

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