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Pubblicato il 08 agosto 2024
Racconta David Plouffe, direttore della campagna elettorale più studiata della storia, che Barack Obama sciolse il “rebus vicepresidente” lavorando di immaginazione. Messo alle strette, il candidato alla Casa Bianca chiese agli assistenti tempo per riflettere. Poi chiuse gli occhi, visualizzò la persona che avrebbe voluto al suo fianco nei momenti di possibile difficoltà di una presidenza, e scorse in lontananza la figura di Joe Biden.
Posto dinanzi allo stesso scoglio, l’antico N°2 divenuto nel frattempo Numero Uno si riscoprì titubante. Biden telefonò così al suo ex superiore, chiarì che Kamala Harris gli sembrava la scelta più giusta, ma confidò di essere perplesso per il modo in cui questa lo aveva attaccato nel primo dibattito delle primarie.
Aggiunse di sentirsi preoccupato, disse di temere che Joe e Kamala non avrebbero mai avuto un buon rapporto come Barack e Joe.
Così Obama gli ricordò che pure tra loro la scintilla non scoccò nell’immediato. E che comunque nulla di tutto questo aveva particolare importanza se raffrontato alla portata della sfida: contava battere Donald Trump, puntare sull’opzione più utile allo scopo.

Storie di Presidenti e di Vice, o di aspiranti tali, di retroscena e sliding doors che cambiano le sorti di una campagna, il destino di un Paese. Quella di Kamala Harris non fa eccezione.
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