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Pubblicato il 21 agosto 2024
È un fatto: non si può prescindere dalla figura di Mohammed bin Salman per capire il Medio Oriente. Quello di ieri, quello di oggi, soprattutto quello di domani. Poche ore fa, la BBC ha presentato uno straordinario documento sull’uomo più potente del Regno saudita, il Principe della Corona, l’erede al trono di Re Salman. Lo ha fatto beneficiando delle rivelazioni del più importante dissidente saudita in esilio, un uomo vicinissimo al rivale per eccellenza di MBS, suo cugino, Mohammed bin Nayef, oltre che ai vertici degli 007 occidentali. E allora sul taccuino hanno fatto capolino alcune domande: chi è Mohammed bin Salman? Un “riformista” o un assassino? Un impostore o un visionario? Un alleato dell’Occidente o un suo nemico? Dal documentario della BBC trae ispirazione un approfondimento del Blog in due puntate denso di retroscena. Altre anticipazioni sono forse superflue: benvenuti al Gioco del Trono. E buona lettura.

Narra la leggenda che per estrarre dalle dune un Regno a propria immagine e somiglianza Ibn Saud attinse da carisma e abilità fuori dal comune. Una taglia imponente per incutere terrore ai nemici, valore in battaglia per meritare il rispetto dei propri, e talento politico in eccesso, per riunire innumerevoli tribù, rigorosamente sotto il proprio tacco.

Giunto in età da pensione, chiamato ad indicare un erede, Saud optò da tradizione per il primogenito: unica garanzia di sangue puro.
Ma 22 mogli e 45 figli maschi imposero il pagamento di un dazio, la ricerca di una soluzione ingegnosa, pena la messa a repentaglio di già fragili equilibri coniugali, per ragioni facilmente intuibili.
Di qui la pensata: una volta scomparso il primogenito, il passaggio di testimone sarebbe avvenuto per via orizzontale. Non di padre in figlio, ma da un fratello all’altro, così da concedere una chance più o meno all’intera stirpe. Le madri espressero consenso, il compromesso fu raggiunto.
Eppure nemmeno una spartizione di potere così peculiare potrebbe spiegare oggi la presenza sul trono saudita del 26esimo figlio del Fondatore. Figurarsi l’influenza nazionale e regionale della sua discendenza diretta, ovvero del 38enne divenuto nel frattempo talmente celebre da essere riconosciuto (e temuto) al pronunciare tre semplici lettere: emme, bi, esse, semplicemente Mohammed bin Salman.

Chi lo frequenta in adolescenza racconta di un giovane inquieto, chiaramente ribelle, per nulla incline ad ignorare i benefici garantiti dall’appartenenza alla propria casata. Contorni leggendari, dentro e fuori Riyadh, assume a tal proposito la disputa su questioni di proprietà immobiliari che un connazionale pensa bene di chiarire in tribunale.
Costretto davanti alla Legge, sprovvisto di evidenti ragioni, MBS si vede sanzionato da un giudice, evidentemente ignaro di chi abbia di fronte. Il figlio di Salman reagisce al verdetto a proprio modo: invia al magistrato una busta di proiettili, lo costringe a modificare la sentenza, per evitare ulteriori guai, per avere salva la vita.
Papà Salman non oppone sdegno: in lui nessuna furia. Al contrario: al racconto dell’impresa di Mohammed mostra sincero e divertito orgoglio. Il ragazzo si farà, pronostica l’allora governatore della regione di Riyadh. Di più: ha chiaramente qualcosa di suo nonno. Non sbaglia.

“Abu Rasasa“, il ragazzo del proiettile, come viene soprannominato all’interno del Regno dopo il fattaccio, è deciso ad ottenere ciò che vuole ad ogni costo, proprio come Ibn Saud. E come Ibn Saud, anche MBS ha il destino dalla propria parte. Corre l’anno 2011 quando se ne convince definitivamente.
Il sovrano dell’Arabia Saudita è Re Abdullah; i primi in linea di successione sono i suoi fratelli, Sultan e Nayef, soltanto più indietro suo padre, Salman. Ma nel giro di un anno il fato scombina i piani, rimescola le carte del mazzo saudita: Sultan e Nayef muoiono entrambi, stroncati dai rispettivi guai di salute. E quando il trono sembrava un miraggio, ecco la svolta inaudita: è Salman il nuovo Principe della Corona, l’erede designato del monarca. Cosa significhi tutto questo, per Mohammed, è fin troppo chiaro: le retrovie sono il passato, un futuro di potere è quasi già presente.

Il tempo degli eccessi adolescenziali è così da ritenersi concluso: è ora di lavorare al futuro. Onnipresente al fianco del padre, presenza fissa negli incontri che contano, MBS studia da dentro modalità e tecniche di governo: intende farsi trovare pronto quando (non “se”) arriverà il suo turno. Per questo non accetta di subire a sua volta le evoluzioni del fato. Nel 2014, il Regno comincia a mormorare. Suo padre, il Principe Salman, mostra segni di declino cognitivo preoccupanti. È la prova che tutto può crollare molto in fretta.

Durante una visita di una delegazione straniera, è Re Abdullah in persona a zittire il suo erede: i suoi commenti sono senza senso, che taccia, per il bene del Regno.
Mohammed bin Salman è allarmato. E non solo per la salute paterna.
Se le sue condizioni dovessero peggiorare, se i blackout dovessero farsi più frequenti, il principe Salman verrebbe rimosso dall’incarico di Principe della Corona. Sarebbe la fine dei sogni di gloria, la caduta in disgrazia per la sua stirpe.
È così che MBS capisce: è l’ora degli intrighi, è l’inizio del gioco del trono.
Saad al-Jabri è oggi il più alto funzionario saudita ad aver lasciato l’Arabia. I suoi contatti ai vertici dell’intelligence occidentale lo hanno convinto a fuggire per tempo, salvandogli forse la vita. Ma la memoria dei giorni passati non lo tradisce, non lo inganna: ricorda bene quella notte al ministero degli Interni.

Mohammed bin Salman ha chiesto e ottenuto udienza da suo cugino, il ministro Mohammed bin Nayef. Sono soli nella stanza, ma al-Jabri è il suo capo di gabinetto, il braccio destro e sinistro, il suo guardiano. E quel luogo impone criteri di sicurezza tali che ogni incontro viene registrato. Al-Jabri ha dunque accesso a ciò accade, può sentire ogni parola. Eppure non crede ai suoi occhi, eppure vorrebbe tapparsi le orecchie.

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