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Pubblicato il 29 agosto 2024
Un faldone sulla scrivania, un badge di inestimabile valore nella tasca interna. Tra le mani, l’ultimo briefing su una crisi che tiene col fiato sospeso il Pianeta.
E adesso? Quali parole sussurrarre all’orecchio del Presidente? Come ispirarne le mosse? Quali consigli dare?
La vita dello 007 è fatta di interminabile attese, di un presente sfuggente, di un domani su cui scommettere. Sempre incrociando le dita, sempre volgendo lo sguardo al Cielo.
È il segreto impenetrabile l’unico amico, la promessa che non tradirà: compagno di viaggio, presenza silenziosa e insieme attenta. Ultimo rifugio, preziosa salvezza.

Così, per comprendere gli orientamenti di un’agenzia di intelligence, casa madre di tante vite solitarie, occorre sfruttare poche e circoscritte occasioni. Monitorare gli spostamenti dei funzionari più in vista, certo. E poi seguire una traccia, incrociare i (pochi) dati a disposizione. Infine: sfruttare gli appuntamenti pubblici, distribuiti col contagocce, rari momenti di luce dai riflettori, prima di tornare felicemente nell’ombra.
È in queste circostanze che un presunto “rincalzo”, una seconda linea, può delineare un orientamento, far cadere molliche di pane da seguire fino a destinazione. Per riuscirvi è necessario frequentare luoghi trascurati dalla grande stampa, non limitarsi ai titoloni, squadernare il taccuino, prendere appunti.
Si prenda ad esempio quanto accaduto nel Maryland, nel mezzo dell’Intelligence and National Security Summit che per qualche giorno ha radunato alcuni dei funzionari dei servizi segreti e della sicurezza più influenti degli Stati Uniti d’America. Volti sconosciuti ai più, eppure ingranaggi insostituibili di una potenza chiamata per necessità ad evolversi, costretta a sfoggiare straordinaria capacità di adattamento: pena l’irrilevanza, il palesarsi di gravi debolezze, l’ingresso in una fase di crisi perenne.
Tra i vari interventi, uno risalta per capacità di generare interesse. L’uomo seduto in poltrona porta gli occhiali, i capelli scuri lo rendono più giovane dei suoi 63 anni. Se la ruota della vita avesse girato in un altro verso, David S. Cohen avrebbe potuto essere oggi il direttore della CIA. Il suo nome, con l’arrivo dei Democratici alla Casa Bianca, fu preso seriamente in considerazione da Joe Biden. Ma alla fine il Presidente optò per Bill Burns: scelse un profilo di maggiore esperienza diplomatica rispetto ad un curriculum maggiormente “tecnico”.

A Cohen restò la soddisfazione di essere inserito nell’albo dei direttori di Langley in qualità di facente funzioni: fu lui a gestire la transizione fra Gina Haspel e Bill Burns. Ma nei prossimi anni il suo nome potrebbe tornare prepotentemente in auge come figura di vertice. E questa volta senza limiti di tempo.

Prima domanda sul taccuino: perché quello che racconta Cohen è importante?
Prima risposta: perché fornisce nuove valutazioni su tutti i fronti caldi del presente. Perché aiuta a leggere il mondo con gli occhi della CIA.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
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