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Pubblicato il 09 settembre 2024
Il 26 dicembre 2020, la magia del Natale avvolge ancora Casa Cheney. Ma Liz resta pur sempre la figlia di un Vicepresidente. E da terza repubblicana più alta in grado della Camera degli Stati Uniti sono pensieri cupi quelli che affollano la sua mente. Forse mai così cupi.

Insieme a Phil, suo marito, un passato al Dipartimento di Giustizia, ha trascorso le vacanze lavorando a un documento che ritiene di massima importanza. Perché è chiaro che Joe Biden ha vinto le elezioni. È chiaro, sì, ma a Donald Trump, il leader del suo partito, non sembra interessare.

La questione si trascina da settimane. Ma da qui a poco tempo non si tratterà più di spararla grossa su un social, di infiammare questa o quell’altra platea. Il passaggio del testimone incombe. La transizione da un’amministrazione americana all’altra è là da venire. Si tratta ora di assicurarsi che tutto avvenga in maniera pacifica. D’altronde non è per questo che Liz Cheney si trova nel suo studio il giorno dopo Natale?

Per non esporre il fianco a proteste strumentali di sorta, ha analizzato con attenzione le principali sentenze in materia elettorale, ha consulato esperti, passato al vaglio i profili costituzionali della vicenda. E il risultato è un documento di 21 pagine ancora in definizione, ma dal significato già molto chiaro: il Congresso non ha l’autorità di annullare un’elezione rifiutandosi di conteggiare i voti certificati dagli Stati americani. Fine della discussione.
Eppure quella mattina di dicembre non c’è certezza giuridica che tenga, buon senso che riesca ad arginare il rumore di fondo. L’apprensione si fa largo tra l’inchiostro di un editoriale pubblicato dal Washington Post, e che inizia in questo modo: “Non è per essere allarmisti, ma dovremmo riconoscere che gli Stati Uniti saranno in zona di pericolo fino alla certificazione formale della vittoria elettorale di Joe Biden il 6 gennaio, perché potenziali turbolenze interne ed estere potrebbero dare al Presidente Trump una scusa per aggrapparsi al potere“.

No che non è allarmismo. Cheney conosce bene l’autore di quell’articolo: si chiama David Ignatius. E il fatto che possa fare affidamento su fonti privilegiate all’interno del Pentagono non è un mistero.
Così se decide di dar voce ai timori di “alti funzionari“, se evoca la prospettiva di un presidente disposto ad oltrepassare i limiti costituzionali del suo potere, e se dichiara senza remore che Trump potrebbe invocare l’Insurrection Act, mobilitare l’esercito, ripetere le elezioni negli Stati in bilico, allora non c’è da sorprendersi che le spie d’allarme lampeggino all’impazzata. Hanno tutte le ragioni per farlo.

Il giornalista non si limita a diagnosticare il problema. Propone anche una cura. Ignatius ritiene che “una delegazione di repubblicani di alto livello” dovrebbe recarsi in visita alla Casa Bianca per incontrare Trump e comunicare con forza il seguente messaggio: “Biden ha vinto. Tutto questo deve finire“.
Ma Liz Cheney conosce il Partito Repubblicano, questo Partito Repubblicano, troppo bene per sapere che la terapia proposta da David Ignatius non funzionerà, per due ordini di problemi. Il primo: la maggior parte dei suoi colleghi non si presterebbe a questo tipo di missione; spera solo di sopravvivere in silenzio fino al 20 gennaio, il Giorno dell’Inaugurazione, tenendo la testa nella sabbia, aspettando che Trump se ne vada.
E poi c’è il secondo problema: anche i suoi compagni di partito non fossero così pavidi, Donald Trump non li ascolterebbe. Liz ha partecipato di persona a innumerevoli riunioni nello Studio Ovale: sa già come andrebbe a finire. Cercare di dire al Presidente ciò che non vuole sentire, tentare un approccio ragionevole, privato, non sortirà effetto. L’avvertimento di cui parla Ignatius deve dunque avere luogo, ma pubblicamente. E deve arrivare da un leader o, meglio ancora, da un gruppo di leader, che Trump non potrà facilmente ignorare.
È con questo spirito che Liz Cheney compone il numero di suo padre: Dick Cheney.
Quel Dick Cheney.

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