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Pubblicato il 10 settembre 2024
Asserragliati da giorni in un hotel di Pittsburgh, Kamala Harris e i suoi assistenti cercano una formula magica che spezzi l’incantesimo. Perché troppi prima di lei hanno sottovalutato l’avversario, le capacità di “debater” di Donald Trump, lasciandoci le penne. Ma la notte di Philadelphia non ammette errori: troppo alta la posta in palio per perire d’arroganza, troppo chiare le conseguenze di un inciampo.

Difficile da credere, ma i due contendenti non hanno mai incrociato i loro sguardi di persona. Lo faranno per la prima volta in scena, sotto altri occhi attenti, quelli di milioni di americani.
È così che avrà inizio la partita, anche prima del fuoco di domande: fin dalla stretta di mano, se mai avrà luogo, si comincerà a giocare.
Per capire, basti questo: il team di Trump ha chiesto che nessun rialzo venga ammesso sul palco. Obiettivo chiaro: far sì che la stazza dell’ex Presidente risalti sulla taglia piccola della rivale, sperare che il contrasto contribuisca a definirla “non presidenziale“.
Del resto Harris è stata catapultata nell’arena all’improvviso, costretta a sostituire in corsa Joe Biden, guerriero di mille battaglie, ferito politicamente a morte proprio nell’ultimo dibattito con Trump. Poi dissanguato dai suoi stessi alleati. A Kamala spetta ora dimostrare di non essere un imprevisto, ma un destino.
La democratica dovrà estire l’emozione dell’esordio, l’impatto con un frequentatore ormai navigato dei dibattiti presidenziali. Al ballo della debuttante, capire che nello spazio di 90 minuti si giocherà una corposa fetta della sua esistenza.
Per questo non ha lasciato nulla al caso. Di più: per questo, in fase di preparazione, ha osato. Per tentare di anticipare le mosse di Trump, per essere pronta all’impensabile.
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