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Pubblicato il 30 ottobre 2024
La notte elettorale non è più così giovane. La Casa Bianca è in bilico, appesa ad una manciata di voti in un paio di Stati chiave. E Donald Trump è in testa, nella posizione di uomo da battere che ha caratterizzato gli ultimi mesi della sua campagna. Ma la partita per Kamala Harris non è finita. All’appello mancano ancora i seggi delle grandi città, tradizionalmente blu. Se i Democratici ci credono è perché conoscono la matematica e la storia di quei luoghi: il sorpasso è ancora possibile, ma occorre aspettare.
Eppure dal quartier generale di New York c’è chi pensa l’esatto opposto: è questa l’ora per rompere gli indugi, per dire che è abbastanza. L’inconfondibile sagoma di Donald Trump irrompe sul palco. Il braccio dell’ex presidente si muove verso l’alto, il pugno è chiuso, stretto nella morsa della vittoria. Sulle note di “God bless the USA“, la folla in estasi, a maggior ragione quando Trump si avvicina al microfono collocato sul podio per scandire il seguente messaggio: “Frankly, we did win this election“.
L’America e il mondo hanno già assistito a questa scena ma, sensazione di déjà vu a parte, le somiglianze con il 2020 sono finite. Perché lo sforzo improvvisato di quattro anni fa per sovvertire l’esito del voto è stato sostituito da una pianificazione certosina su più livelli: economico, legale, politico, mediatico. Sono le persone coinvolte direttamente nel processo elettorale a mettere le mani avanti: questa potrebbe benissimo risultare una sessione di war-gaming, Donald Trump è posizionato per vincere le elezioni con le proprie forze. Breve pausa, poi arriva la nota a margine: ma qualora non dovesse riuscirci con le buone, le cattive non sono escluse.
È lo scenario che toglie il sonno ai Democratici. È il percorso stetto, difficile, ardito, che riporta The Donald alla Casa Bianca ad ogni costo. È un piano possibile, concreto, reale.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
Da Washington a Mosca, da Pechino a Tel Aviv, le correnti internazionali non seguono il vento ma il calcolo. Gli ammiragli della Terra navigano tra arcipelaghi di crisi, inseguendo alleanze come fari intermittenti nella notte. Ma a bordo di questa goletta editoriale, non ci accontentiamo di tracciare una rotta già battuta: ci spingiamo oltre Capo Horn della notizia, sfidando la bonaccia delle analisi banali e i marosi delle fake news.
Ora tocca a te decidere se restare alla deriva o salire a bordo. Il ponte è scivoloso, ma ogni parola che ti aspetta sottocoperta vale il prezzo del biglietto. Perché non basta essere lupi di mare per capire cosa bolle nei barili della geopolitica: serve una bussola fatta di analisi lucida, contesto e memoria. E noi ce l'abbiamo. Dai, pirata: arruolati tra chi non si limita a guardare il mare, ma lo attraversa per scoprire cosa c’è davvero dall’altra parte dell’onda.
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