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Pubblicato il 18 aprile 2025
Sono talmente agli antipodi, e da così tanto tempo, che ricordarlo anche solo di sfuggita provoca immediato sconcerto: ma a nominare Jerome Powell, in un’altra stagione politica, è stato l’uomo che più di ogni altro oggi vorrebbe rimuoverlo dalla sedia.
E va bene che gli opposti si attraggono, ma nel loro caso è fin troppo vero: al punto che chi segue da vicino gli alti e bassi di cui solo Washington è capace, definisce ora il numero uno della Federal Reserve e Donald Trump “in rotta di collisione“, prossimi allo scontro, ad un impatto tanto spettacolare quanto dalle conseguenze sistemiche.

La dinamica è nota: Trump accusa Powell di “fare politica“, di arrivare alle soluzioni “troppo tardi“, quando all’economia americana già non serve. E Powell – trascinato da Trump in una guerra commerciale di cui non sentiva il bisogno – abbraccia per tutta risposta il motto del presidente della Fed di Cleveland, Beth Hammack: “Preferisco procedere lentamente e nella giusta direzione piuttosto che procedere rapidamente nella direzione sbagliata“.
Si capisce che su queste basi The Donald – uomo impulsivo per definizione, abituato a fidarsi di un istinto giudicato infallibile – fatichi non poco a sopportare l’atteggiamento dell’altro, a pensare di condividere con lui un altro tratto di strada, per quanto corto. Da qui la convinzione che anima le giornate alla Casa Bianca, che mette in moto post social incendiari e conferenze stampa al vetriolo: il capo della Banca centrale statunitense? È restio a tagliare i tassi di interesse non perché tema realmente un incremento dell’inflazione, no, più semplicemente rema contro. Contro Donald, ovviamente.
Ne derivano dietro le quinte e retroscena carichi di tensione, riguardanti gli sfoghi di Trump, sì, ma non solo: perché alla prospettiva di “licenziare” Powell, di attivare quella che gli investitori definiscono apertamente “nuclear option“, si è aggiunto in queste ore un altro step: la valutazione della fattibilità dell’operazione, il “come potremmo fare se“.
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