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Pubblicato il 22 maggio 2025
Fonti diplomatiche italiane, nelle ore che precedono l’arrivo nella Capitale della delegazione USA e di quella di Teheran, parlano oggi di un’attesa “diversa“. Quasi a dire che il prossimo sarà pure il quinto round di colloqui, ma la contesa fra “pugili” – sempre per restare in tema – difficilmente raggiungerà la dodicesima ripresa.
“La situazione” – spiega in particolare una vecchia feluca – “è più tesa di quanto la cronaca riesca a intercettare. Trump è spazientito. E Israele preme”.
Già, Israele. Anche lo Stato ebraico guarda a Roma. E non tanto per la convocazione del suo ambasciatore da parte della Farnesina – atto dovuto dopo gli spari di avvertimento esplosi dalle IDF contro una delegazione di diplomatici a Jenin, in Cisgiordania.
Quanto come spettatore interessato, anzi, convitato di pietra di un negoziato su cui Bibi Netanyahu ha lasciato intendere di volere mani libere.
Lo si è capito in particolare nelle ultime ore, quando, rivolgendosi alla nazione, il primo ministro ha chiarito che indipendentemente dagli accordi che gli Stati Uniti stringeranno (o meno) con la Repubblica Islamica, Israele si riserverà comunque “il diritto di difendersi da un regime che minaccia di annientarlo“.
È una posizione che alla Casa Bianca è stata comunicata chiaramente. Sebbene non nei modi più tradizionali e ortodossi, quelli che tra partner così stretti ci si aspetterebbe.
È stata infatti la comunità di intelligence statunitense, nelle ultime settimane, a raccogliere informazioni inequivocabili sui preparativi in corso da parte dell’esercito israeliano, in vista di un possibile strike contro il programma nucleare iraniano.
“Vecchia storia”, potrebbe obiettare il lettore più fedele, ma sbaglierebbe.
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