Pubblicato il Carico la pagina...
Pubblicato il Carico la pagina...

Pubblicato il 28 luglio 2025
Seduto accanto a Keir Starmer, il presidente degli Stati Uniti è di buon umore. Donald Trump risponde per oltre un’ora alle domande dei giornalisti, non si sottrae a nessun quesito. Sarà stata l’accoglienza delle cornamuse nella Scozia che diede i natali a sua madre. O forse l’impressione suscitata dalla moglie del primo ministro: “Oggi lo rispetto molto più di prima perché ho appena conosciuto sua moglie e la sua famiglia. Ha una moglie perfetta e questo non è mai facile da ottenere, giusto?“.

Ma c’è un momento in cui lo sguardo del Presidente si rabbuia, è quando ammette che sì, Israele ha una grande responsabilità per il flusso di aiuti da assicurare alla popolazione di Gaza, e che molte persone potrebbero essere salvate, mentre ora “muoiono di fame“, ma la vicenda – lascia intendere – non può essere scollegata dalle radici di questa guerra.
Trump spiega che gli israeliani “sono ostacolati dal fatto che ci sono ancora circa 20 ostaggi” nelle mani di Hamas, e “il popolo di Israele è molto preoccupato per questi 20 ostaggi”. Si ferma un attimo, poi ricomincia: “È molto interessante, potrebbero essere più preoccupati per la vendetta che per i 20 ostaggi, ma in realtà vogliono davvero che gli ostaggi sopravvivano e vivano, che ce la facciano, capite?“.
Ad ispirare il suo punto di vista, dice, sono state le visite nello Studio Ovale di molti ex ostaggi. È lì che il presidente ha avuto l’occasione per porre ai sopravvissuti un quesito “particolare”:
“Facevo loro questa domanda: ‘C’era qualche segno di affetto? C’era qualche segno, mentre eravate ostaggi e avevate tutte queste persone di Hamas intorno – qualche volta centinaia, a volte dieci, a volte due – ma eravate ostaggi, rinchiusi dentro un tubo? Non è nemmeno, sapete, una grotta, è un tubo. Un piccolo tubo. E alcuni mi hanno detto che pensavano che non ce l’avrebbero fatta perché stavano perdendo aria. Non c’era abbastanza aria. E hanno aperto il tubo giusto in tempo. Ma non l’hanno fatto apposta. È stato per caso che l’hanno aperto – sono stati fortunati. Ma io chiedevo: ‘Vi hanno mai fatto l’occhiolino per dirvi tipo, “Non preoccuparti, andrà tutto bene”? Vi hanno mai dato del cibo extra, anche solo un pezzo di pane? Vi hanno mai dato qualcosa in quel periodo?’. E alcuni hanno detto: “Siamo stati lì per quattro o cinquecento giorni,” giusto? È tanto tempo. Un anno e mezzo – anche di più. E nessuno ha detto che ci sia stato un gesto d’affetto da parte di qualcuno”.
È il suo modo per spiegare l’odio di Hamas verso Israele. E forse, in controluce, per motivare le azioni di Tel Aviv.
Si capisce subito dopo, quando aggiunge al racconto un altro racconto, molto atipico, molto “alla Trump”:
“Nei film si vede che qualcuno aiuta…Lo si è visto anche in Germania, quando delle persone venivano nascoste in una soffitta, in segreto. Si vedono segni di…Chiedevo: ‘Avete visto qualcosa del genere – vi hanno fatto l’occhiolino? Vi hanno detto, “Non preoccuparti, andrà tutto bene”? Non ho mai ricevuto – faccio questa domanda sempre – non ho mai ricevuto una risposta del tipo: “Sì, volevano davvero aiutare”. No. L’odio è semplicemente incredibile“.
È emblematico che questo punto di vista arrivi nelle ore in cui Israele si accinge a imboccare una strada senza ritorno.

Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
Da Washington a Mosca, da Pechino a Tel Aviv, le correnti internazionali non seguono il vento ma il calcolo. Gli ammiragli della Terra navigano tra arcipelaghi di crisi, inseguendo alleanze come fari intermittenti nella notte. Ma a bordo di questa goletta editoriale, non ci accontentiamo di tracciare una rotta già battuta: ci spingiamo oltre Capo Horn della notizia, sfidando la bonaccia delle analisi banali e i marosi delle fake news.
Ora tocca a te decidere se restare alla deriva o salire a bordo. Il ponte è scivoloso, ma ogni parola che ti aspetta sottocoperta vale il prezzo del biglietto. Perché non basta essere lupi di mare per capire cosa bolle nei barili della geopolitica: serve una bussola fatta di analisi lucida, contesto e memoria. E noi ce l'abbiamo. Dai, pirata: arruolati tra chi non si limita a guardare il mare, ma lo attraversa per scoprire cosa c’è davvero dall’altra parte dell’onda.
Retroscena, approfondimenti, dirette degli eventi che cambiano il mondo. Sali a bordo, naviga i mari in tempesta della politica internazionale.
Iscriviti