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Pubblicato il 05 agosto 2025
Dopo il tempo delle divisioni, è infine arrivato quello delle scelte.
Le ultime immagini degli ostaggi, le loro ossa sporgenti, hanno convinto Israele che pure gli ultimi granelli di sabbia siano ora in procinto di depositarsi sul fondo della clessidra.
A questo punto anche un’esitazione di troppo potrebbe fare la differenza.
Così i rancori e i punti di vista diversi dovranno farsi da parte.
Questa sera, quando il gabinetto di sicurezza ristretto si riunirà a Tel Aviv, le fazioni che negli ultimi giorni si sono date battaglie per influenzare il corso della guerra dovranno trovare un’intesa.
Si dice in questo senso che Bibi Netanyahu sia rimasto a lungo indeciso, oscillando tra chi sostiene la necessità di espandere la guerra a Gaza e chi chiede di dare un’altra possibilità ai negoziati, di rilanciare in qualche modo la trattativa con Hamas.
Al primo gruppo, quello degli “interventisti“, appartengono non solo i due ministri noti per le loro posizioni radicali, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma anche una personalità influente come Ron Dermer, ministro per gli Affari Strategici e storico braccio destro del primo ministro.
Ma il peso specifico dell’altra fazione, quello delle “colombe”, è se possibile maggiore.
Comprende infatti il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar, ma soprattutto i vertici delle agenzie di sicurezza, come il capo del Mossad, David Barnea, il capo negoziatore dello Shin Bet la cui identità viene protetta da anonimato e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Tzachi Hanegbi.
Eppure una volta nel bunker, gli occhi di tutti i presenti punteranno su Eyal Zamir, il Capo di Stato maggiore, il guerriero apprezzato, reduce da così tante battaglie da non poter essere descritto come “debole”, l’uomo che non ha fatto mistero di esere contrario a una nuova escalation.

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