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Pubblicato il 08 agosto 2025
Alle 18:00 di Tel Aviv, quando il gabinetto israeliano finalmente si riunisce, nessuno immagina che i partecipanti al vertice usciranno dal bunker dopo più di 10 ore, visibilmente stravolti dalla tensione e dalla fatica.
All’appuntamento decisivo, Bibi Netanyahu è arrivato sempre più convinto. O almeno così dice. Soltanto la conquista delle porzioni di territorio sfuggite al controllo dell’esercito israeliano, spiega ai vertici della sicurezza e ai ministri, potrà garantire il raggiungimento degli obiettivi di guerra: la distruzione di Hamas in primis, la liberazione degli ostaggi come sacro impegno, e di conseguenza un futuro privo di minacce per lo Stato ebraico.
Eppure il generale Zamir, l’uomo chiamato a eseguire gli ordini, a guidare le truppe nella Striscia, anche questa sera ripete quanto affermato nel “pre-vertice” di martedì: “È una trappola, signori ministri, Hamas vuole portarci esattamente lì“.

Il Capo di Stato maggiore è l’osservato speciale: il fatto che la sua contrarietà al piano di conquista di Gaza sia trapelata sulla stampa lo ha fatto finire nel mirino non solo del primo ministro, ma anche dei suoi alleati più radicali.
Itamar Ben-Gvir, ministro per la Sicurezza Nazionale, a un certo punto lo sfida.
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