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Pubblicato il 13 agosto 2025
La verità è che possiamo elaborare scenari, fare ipotesi, lanciarci in previsioni più o meno azzardate, ma il vertice di Ferragosto rappresenta chiaramente uno dei momenti più “pericolosi” per l’Ucraina e l’Occidente degli ultimi anni. Non si tratta di essere pessimisti, piuttosto di fare i conti con la storia. Quando il presidente Trump e Vladimir Putin finiscono per chiudersi le porte alle spalle, parlando a tu per tu per ore, tutto può succedere. E non sempre (anzi, quasi mai) in senso positivo. Così si spiega l’urgenza con cui Volodymyr Zelensky e gli Alleati europei hanno voluto parlare con The Donald a tutti i costi prima dell’incontro in Alaska. Per fissare dei principi comuni, ma soprattutto dei concetti chiave nella mente del Presidente degli Stati Uniti. Perché? Perché sanno che Vladimir Putin è il negoziatore probabilmente più insidioso al mondo, perché sono consapevoli che ad Anchorage, una volta nella sala dei colloqui, sarà solo un gioco a due. Nessuna possibilità di intervenire, nessuna capacità di influenzare la discussione, nessuna opportunità per “proteggere” l’inquilino della Casa Bianca dai trucchi da ex agente del KGB del suo interlocutore. E allora, riportiamo indietro le lancette, riavvolgiamo il nastro. No, non sarà una perdita di tempo, forse servirà ad avere qualche indizio su ciò che ci attende dietro l’angolo.

7 luglio 2017, G20 di Amburgo. È il primo incontro ufficiale tra Donald Trump e Vladimir Putin. Per circa due ore i presidenti di Stati Uniti e Russia parlano a porte chiuse. Ma è alla fine della discussione che va in scena l’imprevisto, l’impensabile. Trump si avvicina all’interprete che gli ha consentito di comunicare con Putin e impartisce l’ordine: “Mi dia subito quegli appunti“. Vuole che non rimanga traccia delle conversazioni con Vladimir Putin. Di più, si assicura che l’interprete recepisca il messaggio: non vuole che in alcun modo i dettagli del colloquio vengano condivisi con altri funzionari. È una precisazione che si rivela azzeccata: alcuni esponenti dell’amministrazione Trump, in serata, si recano proprio dall’interprete. Vogliono semplicemente capire se la conversazione ha avvicinato gli obiettivi che la squadra aveva determinato alla vigilia o se è andata fuori binario. Niente da fare: bocca cucita, ordine presidenziale.

Non è l’unico episodio “particolare” verificatosi ad Amburgo. Poche ore dopo il bilaterale ufficiale, Trump e Putin si ritrovano alla cena dei leader. La first lady Melania è seduta proprio accanto al presidente russo. A metà pasto, Trump si alza dal suo posto e si accomoda vicino a Putin, restando a parlare con lui in modo animato per circa un’ora. L’unico testimone è il traduttore di Putin: nessun interprete o esponente dell’amministrazione USA a vegliare sull’inquilino della Casa Bianca. Fra gli alleati americani presenti alla cena c’è chi osserva basito quella lunga interazione non annunciata, avvenuta lontano dai canali diplomatici ufficiali. È una chiara violazione del protocollo, che la Casa Bianca ammette soltanto in seguito, messa spalle al muro da una nota ai clienti redatta da Ian Bremmer, presidente della società di consulenza sul rischio politico Eurasia Group. Al rientro in patria, lo sconcerto è bipartisan: cosa si sono detti Trump e Putin in quei 60 minuti? Nessuno lo saprà mai. Interprete a parte.

Fra gli obiettivi di Volodymyr Zelensky e degli Alleati europei protagonisti della videocall di oggi con Donald Trump non solo la volontà di concordare una posizione comune con gli Stati Uniti, ma anche l’ambizione di svolgere un lavoro “preparatorio” in vista dell’incontro con Putin. Alla nota “allergia” di Trump per i “briefing” si sono infatti aggiunti in questo mandato anche i tagli subiti dal Consiglio di Sicurezza Nazionale USA. Risultato: a differenza del passato, Trump non può contare questa volta su un consigliere o un alleato che abbia un’esperienza riconosciuta nel trattare con la Russia. Si cercherà di sopperire attraverso le valutazioni della comunità di intelligence o, appunto, grazie ai consigli di Volodymyr Zelensky (sempre che vengano accettati). Il presidente ucraino anche oggi ha ribadito a Trump: “Putin sta bluffando, non fidarti di lui”. E chissà se questa volta, nel viaggio verso l’Alaska, a qualcuno toccherà di indossare i panni che furono di John Bolton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, colui che trascorse il viaggio verso Helsinki nel tentativo di preparare Trump sul tema armi nucleari in vista del vertice con Putin. Il tutto mentre Trump guardava alla tv una partita dei Mondiali di calcio, disputati proprio in Russia.

Dopo l’incontro di Amburgo, Trump dichiara con un tweet di aver discusso con Putin la creazione di una “impenetrable Cyber Security unit”, una sorta di task force congiunta USA-Russia per prevenire attacchi informatici e interferenze elettorali. La reazione a Washington è durissima. Democratici e anche Repubblicani, all’epoca ancora convinti di sopravvivere alla “parentesi” MAGA, rispondono indignati che l’ipotesi è lunare: si tratterebbe di consegnare a un nemico dell’America una serie di segreti gelosamente custoditi. Per non parlare del fatto che proprio gli hacker russi sono responsabili delle violazioni più gravi registrate negli ultimi anni dagli informatici a stelle e strisce. Il senatore Marco Rubio, oggi Segretario di Stato, allora speranza speranza del “caro vecchio Gop”, ironizza: “Sarebbe come un’alleanza con Assad per le armi chimiche o con Kim Jong-un per il nucleare“. Tempo poche ore e lo stesso Trump deve archiviare l’idea: troppo grossa, persino per uno come lui.
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