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Pubblicato il 02 settembre 2025
Gli osservatori più attenti non credono a una coincidenza. Non è insomma un caso che la parata del Giorno della Vittoria in programma domani a Pechino, quella pensata formalmente per celebrare la resa del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, sia stata preceduta dal vertice SCO di Tianjin. Questione di segnali, di messaggi obliqui, di non detti. Che però vogliono dire.

Sarà una grande “festa”, dicono oggi in Cina. Ma gran parte del pubblico dovrà godere dello spettacolo da casa, complici le rigorose misure di sicurezza che da giorni costringono a non pochi disagi gli abitanti di Pechino. Vladimir Putin sarà l’ospite d’onore, così come Xi lo era stato a Mosca. Ma da poche ore, nella capitale, si è registrato anche l’arrivo di Kim Jong-un. Per la prima volta il presidente russo e il capo nordcoreano appariranno insieme in pubblico insieme al leader cinese.
Un modo per dimostrare la capacità aggregante della Cina, la tendenza naturale a farsi vertice di quel “sistema di governance globale più giusto ed equo” che Xi ha sponsorizzato di nuovo nelle scorse ore, incontrando persino il plauso di Putin, pronto a osservare come “alcuni Paesi non abbandonino ancora il loro desiderio di dittatura negli affari internazionali“. Chissà come l’avranno presa negli Stati Uniti.

Eppure ci sono pochi dubbi sul fatto che l’evento di rottura più importante del vertice sia stata la presenza del primo ministro indiano, Narendra Modi.
India e Cina hanno una storia di relazioni “complicate“. Il Tibet, i territori contesi, le guerre al confine, le schermaglie, i morti fra soldati di entrambi gli eserciti. Ma tutto questo non ha impedito a Modi di presentarsi a Tianjin. E al padrone di casa di affermare come sia giusto e necessario che ora “il Dragone e l’Elefante danzino insieme“.

Si tratta di una svolta preoccupante per l’Occidente. Gli Stati Uniti hanno trascorso gli ultimi decenni, e in particolare i quattro anni dell’amministrazione Biden, tentando di “reclutare” l’India, di trasformarla in alleato su cui contare, per contenere l’ascesa della Cina. Ed è vero che fin dalla sua nascita, Nuova Delhi ha sempre abbracciato una politica di non-allineamento, ma lo è pure che ha sempre strizzato l’occhio maggiormente alla democrazia occidentale piuttosto che alle autocrazie asiatiche. Fino a oggi, fino alle storie, tesissime, con Donald Trump.
Non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui Modi definiva Trump “un vero amico” dell’India. Un tempo in cui il presidente degli Stati Uniti affermava: “Tutto il mondo ama Modi“. Adesso quella “relazione speciale” sembra essere un lontano ricordo.

Nelle vie di Mumbai gli studenti delle scuole d’arte raffigurano con le loro opere lo stato dei rapporti tra i due Paesi e i loro leader. Ci sono i riferimenti ai dazi e alle nuove “passioni” trumpiane, ultima quella per il nemico indiano di sempre, l’insidioso Pakistan: “Attenzione Presidente Trump“, si legge su uno dei pannelli dipinti a mano, “ricorda che il nemico dell’America, bin Laden, era nascosto in Pakistan“. Dopotutto non è esagerato affermare che proprio il Pakistan abbia giocato un ruolo nell’allontanare Trump e Modi, i due ex amici.

La miccia da cui ha avuto origine l’incendio è stato l’attacco terroristico in Kashmir che a maggio ha causato 26 morti, proprio in concomitanza della visita del vicepresidente Vance in India. I combattimenti tra India e Pakistan sono durati quattro giorni, durante i quali Washington ha tentato di giocare un ruolo di mediazione, non sempre in maniera così riuscita. Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ad esempio, ha annunciato pubblicamente che le due potenze nucleari avrebbero discusso “una vasta serie di questioni in un luogo neutrale“, sfidando così la tradizione diplomatica indiana che rifiuta mediazioni esterne sul Kashmir.
Secondo il New York Times, Modi avrebbe addirittura rifiutato un invito a Washington da parte del Presidente USA, che poche ore prima aveva ospitato alla Casa Bianca il capo dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir. Il primo ministro indiano temeva infatti che Trump potesse confezionare un “agguato diplomatico“, improvvisando un incontro indesiderato con il numero uno delle forze armate di Islamabad.

A riprova dell’incapacità di leggere a dovere le dinamiche fra India e Pakistan c’è anche la telefonata del 17 giugno, ultimo contatto registrato fra Trump e Modi, prima che ques’ultimo decidesse di ignorare le chiamate provenienti dagli Stati Uniti.
Nel corso della conversazione, The Donald ripete quanto già dichiarato in pubblico, esprime orgoglio e soddisfazione per aver posto fine all’escalation militare. Ma dall’altra parte della cornetta Narendra Modi sta perdendo la pazienza.

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