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Pubblicato il 06 settembre 2025
Chi ha infine deciso di liberarsi di un peso, di consegnare queste informazioni – sensibili, altamente classificate, rimaste nell’ombra per oltre 6 anni – ha raccontato al New York Times di averlo fatto non per gloria. E neanche per vendetta. Ma solo nella speranza di mettere a tacere la propria profonda inquietudine, l’assillo di chi sa troppo per prendere sonno nelle notti affollate dagli incubi, quelle in cui non esiste tregua, riposo possibile.
Dopo tutto questo tempo, la vicenda si era ormai trasformata in un’ossessione, un perenne assillo: che i fallimenti delle Operazioni Speciali americane, incluse quelle dei più celebrati Navy SEAL, vengano sistematicamente inghiottiti dal segreto governativo, portando l’opinione pubblica, e gli stessi decisori politici, a credere che nulla sia precluso per i reparti d’élite, che tutto sia sempre fattibile.
La Red Squadron del SEAL Team 6, la stessa unità che ha ucciso Osama bin Laden in Pakistan, ha scoperto a proprie spese (e non soltanto) che la realtà può essere molto diversa.
Tutto ha inizio in una notte d’inverno, all’inizio del 2019. Mentre il mondo guarda altrove, ignaro di cosa stia accadendo, un commando americano emerge dall’oceano nero inchiostro, avvicinandosi silenziosamente alla costa rocciosa della Corea del Nord.

È un’immagine inquietante, spaventosa, difficile da accettare, forse perfino da credere: ma il destino di miliardi di persone potrebbe dipendere dalla riuscita o dal fallimento di quella missione segreta.
In quelle settimane sono infatti in corso delicatissime trattative nucleari fra Washington e Pyongyang.
Sfidando i consigli dei diplomatici, Donald Trump ha deciso di impegnarsi in colloqui a tu per tu con il dittatore nordcoreano, Kim Jong-un.
La tensione si è certamente abbassata dai giorni in cui i due leader minacciavano di schiacciare il pulsante nucleare posizionato sotto le rispettive scrivanie, ma gli Stati Uniti nutrono più di qualche dubbio sulle reali intenzioni del Caro Leader.

È vero, la Corea del Nord ha sospeso i test nucleari, e a parole si dice impegnata nelle trattative, ma nessuno può dimenticare le minacce di guerra nucleare di Kim, il suo atteggiamento scostante, altamente imprevedibile.
Ottenere una finestra sui suoi pensieri è un chiaro obiettivo dell’amministrazione USA. Ma per anni le agenzie di intelligence americane sono andate a sbattere contro il peculiare ermetismo del regime nordcoreano, incontrando difficoltà quasi insormontabili nel tentativo di reclutare fonti umane e di intercettare comunicazioni a livello di leadership.
Eppure questa volta c’è una novità: i servizi segreti credono di avere una soluzione. Difficile, azzardata, pericolosa, ma pur sempre una soluzione.
Si tratterebbe di piazzare un dispositivo elettronico di recente creazione, in grado di intercettare le comunicazioni di Kim. Per riuscire nell’impresa, è chiaro a tutti, servono i SEAL.
La missione è diversa da quelle a cui le forze speciali americane sono state abituate negli anni delle guerre in Afghanistan e Iraq. Questa volta si tratterà di resistere in mari gelidi per ore, di eludere le difese nordcoreane, di installare il dispositivo di cui sopra senza essere scoperti e, una volta completato il lavoro, di ritirarsi senza essere scoperti.
Quest’ultima parte è importante quanto le altre. E forse anche un po’ di più.
Perché si può provare, si può addirittura fallire, ma non è possibile finire nel radar di Kim.
Le conseguenze sarebbero potenzialmente devastanti. Alti funzionari del Pentagono ritengono infatti che anche una piccola azione militare americana sul suolo nordcoreano, se scoperta, possa provocare una reazione furiosa e devastante da parte di Pyongyang. Non propriamente un dettaglio con circa 28mila soldati americani di stanza in Corea del Sud, senza dimenticare la capacità di colpire la madrepatria messa in mostra dal regime negli ultimi test nucleari.
Ma i SEAL sono convinti di potercela fare: hanno già affrontato qualcosa di simile.

Nel 2005 sono montati a bordo di un mini-sottomarino per sbarcare proprio in Corea del Nord. L’ordine in quel caso arrivò dal presidente George W. Bush: nessuno lo ha mai saputo, fino a oggi, ed è la prova che la missione è riuscita.
Quando dal presidente Trump arriva il via libera ai preparativi, i partecipanti all’operazione non sanno quale sia lo scopo che anima la decisione politica: se la volontà sia quello di ottenere un vantaggio immediato nei colloqui con Kim, intercettandone i pensieri, le strategie, o un obiettivo più ampio, non ancora definito. Ciò che sanno è che la marcia d’avvicinamento sarà quella di sempre: esercitarsi allo sfinimento, in maniera quasi ossessiva, replicando nelle acque statunitensi ogni dettaglio, tentando di immaginare ogni variabile, anche l’impossibile.
È l’inizio di febbraio quando Donald Trump annuncia un vertice con Kim in Vietnam per fine mese. I SEAL sono pronti – o almeno così credono – per passare dall’addestramento alla fase operativa.
Ormai a bordo del sottomarino nucleare, in mare aperto, vige già il blackout comunicativo. Si attende solo l’ok finale del presidente, che infine arriva.

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