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Pubblicato il 15 settembre 2025
Xavier Tytelman è preoccupato. A chi gli chiede del futuro, come accade ogni giorno da più di tre anni a questa parte, risponde con espressione grave.
Professionale, sempre, perché l’addestramento è un appiglio al quale aggrapparsi quando le emozioni rischiano di prendere il sopravvento sul resto: è il passato che torna a bussare, sono gli anni nell’aviazione navale francese, quelli a bordo degli Atlantique 2 per la pattuglia marittima, quelli da preparatore di missioni per i caccia Rafale.
Ma abituato a leggere il cielo e il mare, Tytelman sa scrutare l’orizzonte meglio di altri. Ecco, per questo è preoccupato: perché ciò che vede non gli piace. Gli ultimi sviluppi sul fronte orientale lo convincono di ciò che va ripetendo da anni: se domani arrivasse la tempesta, questa parte di mondo non sarebbe preparata.

Dice di aver trascorso “molte notti con queste persone“, parla dei combattenti ucraini, gli stessi che oggi rappresentano l’ultima linea di confine non solo tra la Russia e l’Europa, ma tra la guerra e la pace. Ed è da loro, spiega, che l’Alleanza dovrebbe trarre insegnamento, cullandosi meno sulla falsa percezione di successo che ha caratterizzato la gestione dell’emergenza droni in Polonia:
“Abbiamo già un problema di rilevamento“, spiega, “hanno parlato di 19 droni in un primo momento: adesso sappiamo che erano 27, perché abbiamo ritrovato 27 rottami. Significa che non siamo stati capaci di rilevarli tutti. Primo problema. Gli ucraini hanno reti di sensori più performanti ed economici. Non parlo solo dei radar, ma anche di reti acustiche, con semplici microfoni al suolo che permettono di dare garanzie. È passivo, non si fa rilevare e funziona molto bene“.
Poi il secondo problema. Una volta che i droni russi sono entrati nello spazio aereo polacco, solo quattro sono stati intercettati, abbattuti. Perché?
“Perché noi, ovviamente, con i nostri metodi da Paese che si è preparato per una guerra ad alta intensità, abbiamo solo caccia ed elicotteri. Siamo molto soddisfatti di aver mandato aerei che costano 42.000 dollari l’ora di volo, l’F-35, per sparare un missile che costa 1.2 milioni di dollari contro un drone che ne costa 10.000. Questa, in realtà, è la differenza tra efficienza ed efficacia. Si può fare il controllo della pesca con una portaerei nucleare: è molto efficace. Ma in termini di rapporto costi/efficacia, è un’efficienza ridicola“.
Tracciamento, costi, efficacia. Dai primi due problemi si arriva al terzo:
“Anche volendo, non abbiamo la possibilità di reggere sul lungo termine, perché i nostri missili costosi vengono prodotti molto lentamente. Oggi i russi producono 500 droni kamikaze Shahed al giorno. E questi non erano neanche Shahed, erano la piccola versione economica, con solo 3 kg di esplosivo. Abbiamo già visto l’effetto sul tetto di una casa. Ma immaginate se mandassero 500-800 droni, se l’Ucraina ne intercettasse solo il 10%, se 300 droni arrivassero in Polonia con 90 kg di carica esplosivo. Sarebbe una catastrofe. E noi non sappiamo cosa fare”.

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