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Pubblicato il 17 settembre 2025
Yulia Navalnaya tiene fra le mani l’ultima lettera del suo Alexei.
“Non è neanche una vera lettera“, precisa con un sorriso amaro. È un appunto, un biglietto di San Valentino che suo marito ha dettato agli avvocati con la richiesta di consegnarle un regalo, un libro di cucina:
“Yulia. Ti amo tantissimo. Siamo due metà e condividiamo molte cose. Prima di tutto, naturalmente, entrambi amiamo mangiare“. E allora “cucina, prova, raccontami cosa ne pensi“.
Tre cuori a incorniciare un pensiero, forse uno per ogni affetto strappato via dal petto: Yulia, la figlia Daria e il piccolo Zakhar. Parole dolci, la fiamma di uno spirito che non si spegne, neppure nella gelida colonia penale al Circolo Polare Artico, dove Vladimir Putin lo ha confinato, nascosto agli occhi del mondo intero.

Certo, ormai da tempo Navalny non sta bene. Anche se fa di tutto per non darlo a vedere. Nel corso dell’ultima udienza ha sfoggiato un sorriso caldo e ironico allo stesso tempo: il suo modo per sfidare l’uomo del Cremlino e il suo sistema, pure se il dolore alla gamba non gli ha dato tregua. Ma nessuno, men che meno Navalny, pensa di essere arrivato ai titoli di coda della sua esistenza. Yulia Navalnaya, la donna che più di ogni altra ha saputo leggergli dentro, chiarisce: “Pensate che questo biglietto assomigli all’addio di un uomo morente? Io non lo penso“.

Le ultime ore di vita del principale avversario interno di Vladimir Putin sono in questo senso un concentrato di crudeltà con pochi precedenti. Perché Navalny sa soffrire, lo ha deciso consapevolmente il giorno stesso in cui ha deciso di tornare in Russia dopo essere miracolosamente sopravvissuto a un primo tentativo di avvelenamento. Ma i metodi utilizzati in carcere mettono a dura prova la sua capacità di resistenza.

Nel marzo 2021, due mesi dopo l’arresto, quando inizia uno sciopero della fame di protesta, scopre che persino il sistema penitenziario si metterà di traverso. Le guardie lo provocano, lo tentano, arrivano a mettergli caramelle nelle tasche del cappotto. È Alexei a raccontare nei suoi diari di quel “sergente terribilmente furbo” che a mensa “ha cercato di convincermi a mettermi in fila, prendere il cibo, sedermi al tavolo e poi darlo agli altri“. Vogliono spezzarlo, dimostrare che la sua fede nella causa non è abbastanza forte. E ci provano con ogni mezzo, sfociando in una situazione a dir poco farsesca.
Al compagno di cella, ad esempio, vengono fatte “concessioni speciali“: “Sono lieto di affermare che il mio spirito non ha ceduto al pollo fritto“, scrive Navalny con il consueto umorismo, “dopo il pollo hanno iniziato a friggere anche il pane, lasciando deliberatamente la porta della cucina aperta. Il pane è più subdolo. È la mia debolezza. L’odore del pane di segale fritto mi attira davvero“. Ma anche in questo caso Alexei non cede.

Eppure nulla è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che Navalny sperimenta nella colonia “Lupo polare“, istituto a regime speciale nel villaggio di Kharp, a circa 2mila chilometri da Mosca. Ogni pretesto è buono per mandarlo in una cella “di punizione”. Sei metri quadrati, nessun oggetto personale a eccezione di uno spazzolino e una tazza. Un letto fissato al muro, così da rendere impossibile sdraiarsi. Carta e penna? Sì, ma solo per mezz’ora al giorno. E di fatto nessuna possibilità di comunicare con l’esterno.

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