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Pubblicato il 24 settembre 2025
Da quasi un anno a Chișinău gli occhi corrono senza sosta dai sondaggi al calendario. Avanti e indietro. Prima gli uni e poi l’altro. Un moto costante. Una preoccupazione che non conosce tregua.
Succede dalla notte in cui Maia Sandu ha temuto che la sua sconfitta alle elezioni presidenziali potesse materializzarsi sul serio, da quando ha creduto che i brogli su larga scala organizzati dalla Russia potessero portare un’intera nazione dentro la sfera d’influenza di Mosca, più precisamente nel baratro.
Il fatto di averla spuntata, di aver agguantato la vittoria (benché senza troppo margine) non ha fatto rientrare l’allarme. Subito dopo, Sandu ha avvisato: non è finita, ancora per un po’ di tempo non lo sarà.
Ma adesso ci siamo: il 28 settembre è arrivato. E con esso pure i rapporti dell’intelligence moldava, quelli che parlano di sforzi russi così intensi da essere definiti “senza precedenti“. L’obiettivo? Chiaro: sabotare le elezioni parlamentari, usare qualsiasi leva per imporsi e, in caso di sconfitta, trascinare la nazione nel caos, certi che nel disordine sarebbe possibile mettere a repentaglio la tenuta sociale e democratica della piccola e indifesa Moldova.

La situazione dei sondaggi dice che per le forze pro-Occidente non sarà semplice trionfare.
I numeri dell’ultimo Barometro Elettorale pubblicato da iData affermano quanto segue: quattro formazioni politiche moldave dovrebbero superare la soglia di sbarramento per l’ingresso in parlamento. Ma a differenza dell’ultima volta, in testa, non vi sarebbe il Partito di Azione e Solidarietà legato alla presidente Sandu, bensì il Blocco Elettorale Patriottico, l’alleanza delle forze di sinistra filorusse. Il margine risulta ridotto: 41 seggi a 40 (su un totale di 101) per i simpatizzanti di Vladimir Putin.
Numeri da possibile stallo, a seconda dei risultati conseguiti dagli aspiranti terzi incomodi di Alternativa (sulla carta filoeuropei, ma pur sempre riconducibili all’ex rivale di Sandu, Alexandr Stoianoglo) accreditati di 11 seggi e all’altra formazione filorussa di “Partito Nostro“, che dovrebbe portare in parlamento 9 deputati.
Secondo i sondaggisti, la speranza dei partiti pro-Occidente poggia su una grande affluenza. Poche persone al voto vorrebbero dire risultato presumibilmente favorevole al Cremlino.
Ma le incognite sono tali che pure una manciata di voti potrebbe fare pendere la bilancia da una parte o dall’altra. È lo scenario di un equilibrio instabile, già sperimentato lo scorso anno nel referendum per l’integrazione dell’aspirazione europea in Costituzione, col Sì uscito vittorioso per appena mezzo punto percentuale. E unicamente grazie ai voti della diaspora.
È anche questa incertezza a spiegare la tensione registrata nelle ultime ore.
Risale soltanto a ieri l’accusa di Mosca rispetto a una presunta concentrazione di truppe NATO in Romania, con unità pronte a sbarcare nella regione di Odesa, in Ucraina, per intimidire la filorussa Transnistria.
Non solo: Sandu – secondo la narrazione del Cremlino – avrebbe già in programma di richiedere l’intervento di forze armate europee straniere, così da “costringere i moldavi ad accettare la dittatura dell’eurodemocrazia“.
Un tipo di retorica – quello russo – tristemente noto, e utilizzato l’ultima volta per giustificare l’intervento armato in Ucraina.
Così non è un caso, allora, che proprio dal leader di Kyiv, Volodymyr Zelensky, arrivi la sveglia per l’Europa.
Dal podio delle Nazioni Unite, il presidente ucraino questo pomeriggio ha avvisato: “La Russia tenta di fare alla Moldova quello che l’Iran ha fatto al Libano. E ancora una volta la risposta internazionale è insufficiente. Abbiamo già perso la Georgia in Europa. La Moldova non può andare perduta“.

Esiste questo rischio? Esiste.
Basta leggere i rapporti riservati dell’intelligence di Chișinău.
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