Pubblicato il Carico la pagina...
Pubblicato il Carico la pagina...

Pubblicato il 03 ottobre 2025
Soltanto pochi giorni fa, Hossam al-Astal, un passato da funzionario dell’Autorità Palestinese, invitava gli sfollati di Gaza a raggiungerlo nel piccolo villaggio a sud di Khan Younis che ha trasformato nel suo quartier generale: “Chiunque viva sotto l’oppressione di Hamas, venga da noi!“.
È strano, ma pure nel dramma della guerra il destino trova il modo per divertirsi: l’ultima – e più credibile – iniziativa per creare un’alternativa all’organizzazione sorge proprio nelle aree che furono il regno incontrastato di Yahya Sinwar, il capo terrorista.
Erano in pochi a scommetterci. Eppure di giorno in giorno l’accampamento di Kazan al-Najjar è diventato sempre più grande. Prima decine di famiglie, ora forse centinaia, complice anche l’evacuazione forzata da Gaza City, hanno trovato rifugio nelle tende allestite dai suoi uomini nel Sud della Striscia.
Qui Hossam offre acqua, cibo, mostra orgoglioso prodotti con scritte ebraiche sulle confezioni. E sui social pubblica foto di palazzi illuminati: la prova che l’elettricità in quelle zone arriva. Un privilegio, come la libertà, un rifugio dal regime di terrore al quale Hamas ha condannato Gaza e i suoi civili.
Ma in questi luoghi nulla è davvero semplice. Non basta fare i bagagli, mettersi in proprio, trovare un lembo di terra da cui provare a ripartire. Servono armi, uomini che imbraccino i fucili, disposti a combattere per difendere la propria prospettiva. Così al-Astal ha formato la sua milizia, optando per un nome che è una dichiarazione d’intenti: “Strike Force Against Terror“, Forza d’Attacco Contro il Terrore.

Tutto giusto, ma è evidente che servisse un aiuto, che poche famiglie locali, per quanto organizzate, non potessero pareggiare le capacità militari di una formazione che ha imposto il proprio dominio sulla Striscia negli ultimi due decenni.
È a questo punto che è arrivato Israele, da tempo alla ricerca di un attore abbastanza forte e capace da sostituirsi a Hamas. Lo Stato ebraico in questi anni ha assicurato sostegno a clan e famiglie di diversa origine, ma mai come adesso è stato convinto di aver trovato il cavallo giusto su cui puntare.
Da qui la decisione di fornire a Hossam e ai suoi uomini tutto il necessario per accogliere gli sfollati provenienti dalle zone di combattimento: cibo, rifugi, ma soprattutto equipaggiamento militare.
È un obiettivo ambizioso, forse utopistico, ma nelle aree della Striscia liberate da Hamas e ora sotto il controllo israeliano emerge il bisogno fisiologico di un nuovo organismo di “governo”: come sempre accade, i vuoti sono fatti per essere riempiti.
Il fenomeno è poco discusso, e il modello giocoforza sperimentale, ma Israele pensa che la strada possa essere quella di affidarsi a milizie basate su clan locali disposti a prendere le armi contro i terroristi. Così c’è il clan di Hossam al-Astal nei pressi di Khan Younis, quello di Yasser Abu Shabab, comandante di origine beduina attivo da mesi a Rafah, al confine con l’Egitto, e altri gruppi simili.

I critici accusano Israele di voler applicare la tecnica del “dividi et impera“, mentre gli scettici mettono in guardia dal rischio di alimentare micro-signorie della guerra e di rafforzare elementi che, un giorno, potrebbero sfuggire al controllo dei loro stessi “padrini“.
Eppure qualcosa di positivo, sia per Israele che per la libertà dei civili della Striscia, in questo fenomeno deve essere stato intravisto. Non si spiegherebbe altrimenti la furia con cui Hamas ha tentato questa mattina di colpire una delle famiglie che compongono la nuova “cintura di sicurezza” che Israele sta cercando di costruire nelle aree ripulite dai terroristi.
Un attacco imponente. Insolito. Contrassegnato da un colpo di scena imprevisto. E dall’esito a suo modo storico.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
Da Washington a Mosca, da Pechino a Tel Aviv, le correnti internazionali non seguono il vento ma il calcolo. Gli ammiragli della Terra navigano tra arcipelaghi di crisi, inseguendo alleanze come fari intermittenti nella notte. Ma a bordo di questa goletta editoriale, non ci accontentiamo di tracciare una rotta già battuta: ci spingiamo oltre Capo Horn della notizia, sfidando la bonaccia delle analisi banali e i marosi delle fake news.
Ora tocca a te decidere se restare alla deriva o salire a bordo. Il ponte è scivoloso, ma ogni parola che ti aspetta sottocoperta vale il prezzo del biglietto. Perché non basta essere lupi di mare per capire cosa bolle nei barili della geopolitica: serve una bussola fatta di analisi lucida, contesto e memoria. E noi ce l'abbiamo. Dai, pirata: arruolati tra chi non si limita a guardare il mare, ma lo attraversa per scoprire cosa c’è davvero dall’altra parte dell’onda.
Retroscena, approfondimenti, dirette degli eventi che cambiano il mondo. Sali a bordo, naviga i mari in tempesta della politica internazionale.
Iscriviti