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Pubblicato il 07 ottobre 2025
Niente da fare. Non sarà dunque il 7 ottobre il giorno in cui chiudere il cerchio. Nel secondo anniversario dagli attacchi di Hamas contro Israele la pace non c’è, il rilascio degli ostaggi nemmeno. Al contrario: sui negoziati in corso in Egitto iniziano ad addensarsi nubi dense di scetticismo e incertezza.
A farsi largo è un contrasto stridente: da una parte quanto sta accadendo nei colloqui a porte chiuse in corso a Sharm el-Sheikh; dall’altra la narrazione ottimistica del presidente Trump, ancora poco fa dichiaratosi “fiducioso” di riuscire a siglare un’intesa capace di porre fine alla guerra in Medio Oriente.
Delle due l’una: o qualcuno sbaglia o qualcuno mente.
Premessa: interpretare The Donald non è mai semplice. Di più: il presidente dispone di informazioni privilegiate.
Poche ore fa, in questo senso, Trump ha presieduto una riunione del suo team di Sicurezza Nazionale, ricevendo aggiornamenti sullo stato dei negoziati. Non possiamo escludere che sia venuto a conoscenza di elementi che confermano la sua tesi.
Eppure il suo ottimismo non rispecchia il “sentiment” di chi sta affrontando i negoziati in Egitto e proprio in questi minuti sta facendo trapelare valutazioni all’insegna del pessimismo sulla capacità di chiudere il “deal”.
Le poche fonti affidabili confermano infatti quanto riportato dal Blog in uno dei precedenti aggiornamenti: non siamo ancora ai dettagli tecnici, alle formalità da affidare al lavoro degli sherpa. Quella che sta prendendo corpo in Egitto è una trattativa serrata, tesa, con molti nodi ancora da sciogliere.
Vi basti questo: secondo il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, è stata necessaria una discussione della durata di quattro ore soltanto per identificare tutti gli ostacoli all’attuazione dell’intesa.
Attenzione: quattro ore non per colmare le differenze tra le parti, ma per individuare tutti i motivi di disaccordo tra Hamas e Israele.
È stato allora lo stesso rappresentante di Doha ad ammettere che “resta ancora molto da fare“. Formula edulcorata per affermare un concetto: sarebbe sorprendente se un accordo si palesasse in tempi brevi.
Del resto, per tornare ai rumours sulla trattativa vere e proprie, sembra evidente che le posizioni di Hamas si stiano irrigidendo. L’organizzazione terroristica sta giocando la sua partita in maniera quanto mai attenta, consapevole che dall’esito di questi negoziati dipenderà non solo la propria sopravvivenza, ma anche la capacità di ricostituirsi.
Qualche esempio? I rappresentanti di Hamas avrebbero già iniziato a porre in essere tattiche negoziali volte a cambiare le carte in tavola rispetto al “Piano Trump”, lo stesso a cui dicevano di aver aderito fino a pochi giorni fa. Perché è importante? Perché alcune di queste rappresentano evidentemente delle trappole per Israele.
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