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Pubblicato il 15 ottobre 2025
Da quando pure Avinatan ha fatto ritorno a casa, un anziano israeliano ripete la battuta come un mantra: “Nemmeno fosse Hollywood. Nemmeno fosse Hollywood“. Non c’è bisogno di chiedere che cosa.
Parla della storia del ragazzo sopravvissuto e della sua futura sposa. Caso emblematico di realtà che supera la fantasia, raro episodio in cui un incubo viene archiviato da un incredibile lieto fine.
Il copione del film che verrà, dopotutto, è già scritto.
La giovane donna portata via con la forza e rapita. Il suo volto disperato, le braccia tese a cercare la mano di Avinatan, il suo uomo. E l’impotenza di lui, bloccato da altri due, circondato da orde di terroristi.
Ma è nel buio della cattività, tra il momento della separazione e quello dell’incredibile seconda possibilità offerta dalla vita, che la pellicola si distinguerebbe per colpi di scena. Nemmeno fosse Hollywood, nemmeno fosse Hollywood.
Noa Argamani trascorre gran parte della sua prigionia dentro case palestinesi. I miliziani la mimetizzano fra i civili. Non può sapere che in Israele, lo Yamam, l’unità antiterrorismo d’elite, da settimane costringe i suoi soldati a un addestramento serrato.
Le forze speciali si muovono giorno e notte in uno scenario che riproduce le abitazioni e i vicoli della Striscia. È necessario. Serve a far sì che al momento opportuno, quello del blitz, nulla per loro sia una sorpresa. Questo si dicono, questo sperano.
I funzionari della sicurezza israeliana più esperti ritrovano nei preparativi lo stesso livello di meticolosità che precedette l’Operazione Entebbe. È un paragone irriverente, quasi sacrilego in Israele. Si tratta di scomodare la mitologica missione di salvataggio che nel 1976 riportò a casa i passeggeri di un volo Air France dirottato in Uganda dai terroristi dell’Olp.
Il primo ministro israeliano, Bibi Netanyahu, lo stesso che ha chiesto al ramo militare di passare all’azione, ricorda bene quell’operazione. Come potrebbe dimenticare? È in quella missione che suo fratello, Yoni Netanyahu, ha perso la vita.

E se qualcosa andasse storto? E se addestrarsi al peggio non fosse abbastanza per salvare quelle vite?
Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e il generale Herzi Halevi, capo di Stato maggiore, lo dicono chiaramente al primo ministro: non è un caso che un piano d’azione simile sia stato già abortito, la probabilità che la situazione finisca fuori controllo è elevatissima.
Ma le parole dei vertici della sicurezza israeliana vanno interpretate, capite.
A differenza di quel che può sembrare, il loro non è un “no”. Ma un “sì con qualche limite”.

Bibi Netanyahu è troppo esperto per non capirlo.
I militari entrano così nel dettaglio del piano operativo. Spiegano che l’intelligence raccolta sul terreno, resa possibile dalle attività condotte a Gaza nelle ultime settimane, non solo ha fornito la certezza che gli ostaggi si trovino nel complesso di Nusayrat, zona centrale della Striscia, ma che difficilmente Israele avrà un’occasione simile.
Eppure per avere successo, anche la politica dovrà fare la sua parte. Servirà un grande bluff: Bibi Netanyahu e il suo rivale politico, Benny Gantz, sono disponibili?

È il capo dello Shin Bet in persona, Ronen Bar, a parlare con il ministro “ribelle”. Lo informa che da lì a poche ore le forze speciali daranno vita a un blitz. Il caso vuole che questo sia in programma proprio nel giorno che il leader di “Blu e Bianco” ha fissato come deadline per le richieste politiche che Netanyahu non vuole esaudire.
Ma Gantz non è un signore qualunque. Ha un passato da capo di stato maggiore israeliano. E ha già capito: il suo atteso discorso non avrà luogo. Che tutto vada secondo i piani o che la missione si riveli un fragoroso fallimento, non potrà rispettare i suoi impegni con gli elettori. Prima gli ostaggi, poi i voti.
Bar chiede però a Gantz ulteriore collaborazione: domanda che continui a interpretare il copione originale. “Ministro, non cancelli il suo intervento”: una mossa del genere potrebbe mettere Hamas in preallarme, suggerire ai terroristi che in pentola bolle qualcosa di grosso.

È l’aviazione israeliana la componente decisiva dei giorni che precedono il raid. Le informazioni raccolte dall’alto consentono di individuare la presenza dei rapiti all’interno di un quartiere residenziale fortemente popolato.
Gli ostaggi sono infatti “ospiti” di famiglie affiliate ad Hamas e retribuite per favorirne la detenzione.
Ma anche conoscendo l’esatta posizione degli ostaggi, situati in due edifici diversi, distanti circa duecento metri l’uno dall’altro, le forze speciali israeliane devono ancora una volta giocare d’astuzia. Per questo utilizzano uno stratagemma vecchio come il mondo, eppure sempre utile: quello del Cavallo di Troia.
Occorre entrare nell’area senza essere visti da Hamas. Ma i terroristi sorvegliano l’area giorno e notte, utilizzano ronde e sentinelle – anche tra i civili – per essere certi che nessuno di sospetto si avvicini al perimetro. C’è solo una debolezza nel loro sistema di sicurezza: ha a che fare con i camion utilizzati per il trasporto degli aiuti umanitari. È lì che si nascondono i soldati israeliani per essere trasportati all’interno della roccaforte di Hamas.
L’irruzione nei due alloggi separati avviene pressoché in simultanea.
L’obiettivo è ridurre al minimo il rischio che una delle due cellule di miliziani decida di uccidere i propri ostaggi o che tenti un trasferimento dell’ultimo secondo.
La mossa riesce, ma nel conflitto a fuoco che ha inizio nel giro di pochi istanti perde la vita Arnon Zamora, ufficiale dell’unità antiterrorismo d’élite Yamam, ferito a morte mentre cerca di farsi largo e di raggiungere i rapiti.

Chissà se è la sua voce quella che Noa Argamani ascolta prima di essere frettolosamente caricata a bordo del veicolo che una raffica di mitra cerca di prendere di mira: “Hanno bussato alla porta e una voce ha detto: ‘È l’esercito di Israele. Siamo venuti a salvarti“.
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