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Pubblicato il 16 ottobre 2025
La storia della guerra in Ucraina registra oggi un altro colpo di scena, una svolta inaspettata. È un cambio di spartito, l’ennesimo, un fulmine non a ciel sereno ma quasi. È il frutto di una conversazione non precedentemente annunciata: Donald Trump e Vladimir Putin tornano a parlarsi, ma il telefono squilla solo in una capitale. Chi ha chiamato chi? Non è un dettaglio banale.
Fonti russe attribuiscono al presidente degli Stati Uniti l’iniziativa: è lui che ha cercato Putin, dicono a Mosca, lui che ha deciso di sentirlo alla vigilia dell’incontro con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale.
Qual è il contesto? L’inquilino della Casa Bianca è chiamato a decidere sulla questione Tomahawks: consegnare o meno i missili all’Ucraina? Permettere o no a Kyiv di mettere nel mirino la retroguardia russa fino a oggi al riparo dai colpi avversari?
Dopotutto il Cremlino in queste settimane ha fatto di tutto, letteralmente, per convincere Trump a non acconsentire alle richieste ucraine. Putin ha esplorato tutte le linee retoriche messe nero su bianco sul manuale della manipolazione russa: è passato dalle minacce dirette, ventilando il rischio di un’escalation con gli americani, ai tentativi più “ragionevoli” di dissuadere Trump (“I missili non cambierebbero la situazione sul campo di battaglia”), fino a un’ostentazione di rancore tipica di un innamorato: “Le nostre relazioni ne risentirebbero in maniera grave”.
Trump potrebbe aver voluto “saggiare” la reazione dell’omologo russo, assicurare verbalmente che mai e poi mai i missili americani sarebbero armati con testate nucleari, nonostante le capacità dei vettori in questione. Più in generale: potrebbe essere stato interessato a scandagliare l’umore e le richieste di Putin, così da avere un quadro completo della situazione prima di incontrare Zelensky domani.
Nulla di troppo preoccupante, anzi.
Se non fosse che gli indicatori che lampeggiano sulla plancia di comando sono a dir poco allarmanti.
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