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Pubblicato il 18 ottobre 2025
È un’angoscia di natura diversa quella che Volodymyr Zelensky sperimenta all’uscita della Casa Bianca dal suo incontro con Donald Trump.
Nulla di neanche lontanamente paragonabile allo scontro infuocato andato in scena nello Studio Ovale, al senso di smarrimento che lo portò davvero a credere di aver perso il sostegno degli Stati Uniti nella guerra.
Eppure questa notte americana non è meno opprimente.
Perché è vero, durante il pranzo di lavoro nella Cabinet Room, spiegano fonti ucraine, questa volta “nessuno ha gridato” o chiesto all’altro di andarsene uscendo dal retro, ma ciò non significa che il summit sia stato “semplice”.
Quando la delegazione di Kyiv lascia Pennsylvania Avenue, l’impressione è quella di essersi appena messi alle spalle un incontro iniziato male e finito peggio.
A nulla è servito seguire il copione studiato nei giorni scorsi con cura, fare i compiti a casa, mordersi la lingua e la mascella, ignorare le provocazioni della stampa americana (e non soltanto quelle).
Inaspettatamente, come questi mesi fossero trascorsi invano, come fosse stato cancellato ogni progresso, sono tornate a fare capolino le insopportabili sull’abbigliamento del presidente ucraino. E sempre a proposito di outfit, i livelli di sfiducia e paranoia sono oggi tali che uomini vicini a Zelensky a un certo punto sono stati attraversati da un sospetto: che la cravatta di Pete Hegseth ricordasse in modo sinistro la bandiera della Federazione Russa. Come se il capo del Pentagono avesse voluto lanciare un messaggio: non saremo mai dalla vostra parte, mai completamente.

Eppure, speculazioni e/o suggestioni a parte, dopo settimane fatte di concordia e contatti frequenti, di nuovo si è percepita l’incompatibilità fra i due caratteri, quello di Trump e quello di Zelensky. Il contrasto è emerso in maniera più netta essendo a maggior ragione ancora fresche le immagini dei larghi sorrisi sfoggiati da Trump, meno di 48 ore fa, a proposito della sua telefonata con Vladimir Putin.
È una sensazione sottilissima eppure palese: come se Trump riconoscesse in Vladimir Putin un proprio simile, un pugile della sua stessa taglia, un giocatore legittimato a respirare la sua stessa aria, a partecipare al proprio campionato.
Cambia tutto quando si arriva a Zelensky, vissuto da Trump ogni volta come una sorta di imbucato alla festa: nessuna nobile origine da vantare, nessuna affinità di provenienza, persino un carattere che gli impedisce di lusingare oltremisura il padrone di casa, contribuendo a farlo mettere di traverso.
Si è visto chiaramente nel bel mezzo del vertice di ieri, quando un giornalista ha chiesto delle differenze di approccio diplomatico fra Trump e Biden.
Zelensky ha scelto la via difficile, quella della correttezza. Ha così portato rispetto all’ex presidente, e con lui e al partito che dall’inizio della guerra non ha mai fatto mancare il proprio sostegno. Una risposta diplomatica, da “zero e zero”, col solo scopo di uscirne indenni.
Ma The Donald dal canto suo aveva già attivato i radar, squadrando attentamente il leader ucraino alle prese con il problema di scegliere fra lui e l’ex presidente. Così, chiaramente irritato dalla risposta di Zelensky, è intervenuto a piedi uniti: “Ti dirò la differenza tra me e Biden uno è estremamente competente, l’altro è profondamente incompetente”.

È un fulmine. Il lampo che anticipa i molti tuoni registrati a porte chiuse tra i due.
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