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Pubblicato il 11 novembre 2025
Per tutta una vita ha fatto della segretezza la sua cifra, del profilo basso il proprio tratto.
Due settimane prima che le bombe inizino a cadere su Baghdad, il giovane e taciturno Ahmed al-Sharaa si dirige verso una fila di autobus dall’aspetto ordinario nella sua Damasco. Ormai da settimane, i pullman si radunano davanti all’ambasciata americana o all’esterno della moschea locale. E ogni giorno, volontari provenienti da tutto il mondo arabo montano a bordo, diretti in Iraq, decisi a prendere le armi contro la coalizione che sta per spodestare Saddam.
È una mattina come tante quella in cui Ahmed decide di lasciarsi il passato alle spalle. Sua madre, suo padre, i suoi fratelli, l’immagine da ragazzo intelligente e pacato che ha faticosamente costruito negli anni. Circondato da altri aspiranti miliziani, alla disperata ricerca di una causa in cui credere, nel giro di poche ore attraversa il deserto. La sua vita diventa un’altra.
Ahmed al-Sharaa, figlio di Hussein, nipote di Mohammed Khalid, è sparito.
Come non fosse mai esistito, come fosse un fantasma.
“Scomparve da un giorno all’altro. E non lo vedemmo mai più”, ricorda oggi un amico d’infanzia.
Da quel giorno soleggiato a Damasco, Ahmed al-Sharaa ne ha viste tante. E fatte forse qualcuna di più.
Per entrare alla Casa Bianca ha dovuto accontentarsi di un ingresso secondario? Nella vita c’è di peggio, non sarà turbato. C’è chi dice che Donald Trump abbia provato un certo imbarazzo, chi afferma che il Presidente non volesse condividere lo Studio Ovale con l’ex terrorista chiamato Al Jolani. Almeno, non davanti alle telecamere.
Ma è difficile che sia questa la verità. La presidenza siriana ha diffuso poco dopo le immagini dell’incontro: senza un accordo, di certo non lo avrebbe fatto. E poi ci sono le parole pronunciate da Trump: “Le persone dicono che ha avuto un passato complicato. Beh, tutti abbiamo avuto un passato complicato”.

Già, il passato.
Prima di trasformarsi in un’estremista islamico, Ahmed è stato un giovane istruito, educato, un punto di riferimento per gli amici in difficoltà. Chi lo conosce in quella fase, chi ha voglia di parlarne, lo ricorda poco più che adolescente, impegnato nel tentativo di aiutare un amico sbandato “che stava cominciando a mettersi nei guai e non aveva un grande rapporto con Dio”. Ahmed lo convinse ad andare alla Umrah, il minore dei due pellegrinaggi musulmani in Arabia Saudita, “pensando che potesse aiutarlo”. Quando l’amico accettò, fu lui a raccogliere i soldi necessari per mandarlo.
Così è difficile ricostruire con certezza il momento esatto in cui tutto cambia, quello in cui al-Sharaa si immette sulla strada che lo renderà Al Jolani. Forse l’influenza negativa di un amico più grande. Le parole penetranti dei predicatori più radicali alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. O, ancora, l’arrivo a Damasco del leader di Hamas, Khaled Meshal, e di altri capi del terrore che iniziano a frequentare la sua stessa moschea, a parlare con insistenza di jihad. Eppure è un fatto che Ahmed inizi a indossare la jalabiya, l’abito lungo fino alle caviglie portato dagli uomini delle zone rurali, e che pure la sua barba cominci ad allungarsi. Segnali di un crescente interesse per il salafismo, il movimento fondamentalista all’interno dell’islam sunnita, conferme del fatto che per pensare di salvarsi è probabilmente già tardi.

Sono i soldati fedeli a Saddam ad accoglierlo al suo arrivo in Iraq. Ma Sharaa e le nuove reclute non fanno in tempo a finire l’addestramento con le armi che Baghdad cade davanti ai loro occhi. È uno shock per molti di loro. Com’è possibile che Baghdad sia in festa? Perché tutti cantano e ballano per la fine del Rais? Sharaa, disilluso, fa ritorno a Damasco. Ma nella sua casa di Mezzeh non è più il benvenuto. Documenti dei servizi segreti siriani, rilasciati dopo la caduta di Assad, parleranno di un forte litigio fra lui e suo padre. È che l’uomo ha insistito per anni sulla necessità che i suoi figli sfoggiassero un certo rigore morale: non siete solo figli di un uomo rispettabile, nipoti di un uomo che combatté contro le forze coloniali francesi. No, nelle vostre vene, in quello della nostra famiglia, scorre il sangue del profeta Maometto, non dimenticatelo.
Ma Ahmed è venuto meno a quell’impegno, si è allontanato dalla buona strada. Ha lasciato gli studi, dimenticato la sua famiglia. Il giorno che è montato su quell’autobus, quello dopo, e quello dopo ancora, quello in cui non è tornato, la sua famiglia lo ha creduto morto, per lui ha pianto. Adesso, per lui, non c’è più spazio.

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