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Pubblicato il 01 dicembre 2025
🚨🪖🇺🇦🇷🇺🇺🇸🇻🇪🇮🇱Buon inizio di settimana a tutti. È un augurio. Ma per capire quanto sia realistico bisognerà attendere ancora almeno 24-48 ore: il tempo necessario per far sì che gli inviati di Donald Trump volino a Mosca, per conoscere la risposta di Vladimir Putin alla bozza d’accordo emersa dall’incontro a Miami fra rappresentanti americani e ucraini.
I protagonisti dei colloqui parlano in queste ore di sessione di lavoro “intensa”, “difficile”, ma comunque “produttiva”. Sono aggettivi che in campo diplomatico solitamente vengono impiegati per edulcorare uno scontro, per tradurre un disaccordo.
Del resto è chiaro che siamo in presenza di un grande fraintendimento. C’è chi ha a lungo creduto – persino nello Studio Ovale – che risolvere la guerra in Ucraina sarebbe stato semplice, molto più che fermare il conflitto in Medio Oriente. Grave errore. E peccato d’arroganza. Sarebbe bastato osservare con attenzione la realtà, questa sconosciuta: a Gaza si parla di una striscia di terra non troppo grande, di una contesa che non è territoriale, e di un conflitto in cui è emerso un vincitore chiaro, in cui uno degli attori è stato ridotto ad azioni di guerriglia e ora affronta il rischio del disarmo.
Fra Russia e Ucraina ci sono invece migliaia di chilometri di confine condiviso, rivendicazioni territoriali che nascondono mire di stampo imperialistico, e un equilibrio sul campo di battaglia – nonostante quanto voglia far credere Vladimir Putin – che rendono impraticabile la prospettiva di una resa di una delle due parti in causa. A meno di shock interni o esterni, ovviamente.
Ecco perché i fantomatici “progressi” ottenuti nei colloqui di ieri, inclusa la ventata di speranza proveniente dalle parole di Marco Rubio, la promessa di ricercare una pace che “garantisca indipendenza e sovranità” agli ucraini, rischiano di esporre il paradosso di questa guerra: più americani e ucraini si avvicinano, più i russi si allontaneranno.
Così sorge spontanea una domanda: è infine possibile fare la pace? Per quanto non sia stata ancora trovata, esiste idealmente una soluzione negoziale capace di mettere d’accordo le parti? La verità è che la risposta è custodita nella mente dell’uomo del Cremlino. E che tutti gli indizi e i rapporti delle agenzie di intelligence occidentali – sì, incluse quelle americane – suggeriscono che Putin non abbia veramente intenzione di fermarsi.
Altra domanda: allora di cos’hanno discusso per cinque ore a porte chiuse Stati Uniti e Ucraina? Ne parleremo approfonditamente in questo punto nave. L’apertura sarà però dedicata al Venezuela. Le parole pronunciate un paio di giorni fa da Donald Trump – la richiesta alle compagnie aeree di considerare “totalmente chiuso” lo spazio aereo venezuelano – hanno colto di sorpresa anche i funzionari americani. La sensazione è che Trump stia facendo tutto ciò che è in suoi possesso per vincere la guerra psicologica con Maduro prima di dare il via alle danze. Attenzione in questo senso a un retroscena: la comparsa, nel braccio di ferro fra Washington e Caracas, di quello che definiremo “Mister X” (no, non è Musk), un leader internazionale che potrebbe fornire una via d’uscita alla crisi, per quanto la valutazione del Blog resti la stessa: gli Stati Uniti attaccheranno.
Finita qui? Non ancora, abbiamo altre due storie di cui parlare. Una riguarda Pete Hegseth: il capo del Pentagono è uscito indenne dal SignalGate, il caso delle chat violate durante gli attacchi contro gli Houthi. Ma non è sempre domenica. Ora Hegseth è sulla graticola. E potrebbe non essere l’unico big dell’amministrazione, per altri motivi, a essere “commissariato“. Qualcosa di grosso sta muovendosi proprio là dove l’amministrazione Trump riteneva di essere maggiormente al sicuro: al Congresso, fra i Repubblicani. E poi? E poi parleremo della richiesta di grazia del primo ministro israeliano Netanyahu al presidente Herzog. Cos’ha chiesto effettivamente Bibi? E qual è il vero tema sullo sfondo della grazia? Insomma, avete capito: il mare è particolarmente mosso, si rende necessario un punto nave. Buona lettura sul Blog.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
Da Washington a Mosca, da Pechino a Tel Aviv, le correnti internazionali non seguono il vento ma il calcolo. Gli ammiragli della Terra navigano tra arcipelaghi di crisi, inseguendo alleanze come fari intermittenti nella notte. Ma a bordo di questa goletta editoriale, non ci accontentiamo di tracciare una rotta già battuta: ci spingiamo oltre Capo Horn della notizia, sfidando la bonaccia delle analisi banali e i marosi delle fake news.
Ora tocca a te decidere se restare alla deriva o salire a bordo. Il ponte è scivoloso, ma ogni parola che ti aspetta sottocoperta vale il prezzo del biglietto. Perché non basta essere lupi di mare per capire cosa bolle nei barili della geopolitica: serve una bussola fatta di analisi lucida, contesto e memoria. E noi ce l'abbiamo. Dai, pirata: arruolati tra chi non si limita a guardare il mare, ma lo attraversa per scoprire cosa c’è davvero dall’altra parte dell’onda.
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