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Pubblicato il 02 febbraio 2026
🚨🪖🇺🇸🇮🇱🇮🇷🇷🇺🇫🇮 Le parole sono importanti. Ma i fatti lo sono di più.
Buonasera a tutti.
Nonostante la pretattica, il forte rumore di fondo, l’impegno di molti attori regionali dietro le quinte, la sensazione alle 20:35 di lunedì 2 febbraio è che l’opzione di un attacco militare contro l’Iran resti ancora quella più probabile nel breve periodo.
Cos’abbiamo qui? Un copione già utilizzato a Teheran in passato. E un futuro che promette scintille.
Nei momenti di maggiore crisi, quando la morsa sembra stringersi fino a togliere il respiro, il regime degli ayatollah attiva la propria “modalità sopravvivenza”.
Consiste nel mandare in avanscoperta quelli che Marco Rubio ha definito in maniera sublime: “Queste figure quasi elette, quelle che indossano i completi in televisione e che fanno parte dei rami politici, ma che in ultima analisi devono far approvare tutto ciò che fanno dalla Guida Suprema”.
I massimi rappresentanti di questo gruppo sono oggi il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.
C’è chi li chiama “riformisti”, cedendo alla tentazione di una semplificazione giornalistica. Ma in realtà sono i migliori “conservatori” del regime.
Sono capaci, sono figli di una scuola diplomatica dotata di grande tradizione, sono spesso e volentieri melliflui.
Ma hanno un compito ingrato: bilanciare l’estremismo religioso della leadership, ingannare i nemici, chiarire – come sopra – che “le parole sono importanti”, ma che valgono di più quelle pronunciate dietro le quinte. E che un accordo, in qualche modo, è sempre possibile.
Ecco spiegata la notizia del giorno: l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, incontrerà in Turchia l’iraniano Araghchi.
E quindi? E quindi la valutazione è che oltre all’appuntamento in agenda ci sia oggi ben poco, che la prospettiva di un accordo sia sempre più difficile.
Lo so. Posso sentirvi. State pensando: “Ma Trump ha detto che vuole un deal”.
Vi fermo. Anche in passato Trump “ha detto” di volere un deal.
Ma poi com’è finita?
Rapido ripasso della storia. Giugno 2025. Poco prima di bombardare i siti nucleari iraniani, la delegazione di Teheran e quella statunitense sono d’accordo: ci vediamo domenica per un negoziato.
Ma gli israeliani non aspettano. E la notte fra venerdì e sabato colpiscono, con il via libera a stelle e strisce.
Perché? Perché la storia recente dice che con questa Guida Suprema un accordo è impossibile.
Gli Stati Uniti lo sanno.
Per questo potrebbero avere scelto una strategia molto chiara. La sveleremo fra poche righe.
C’è altro? Purtroppo sì.
Abbiamo un mistero degno di un romanzo di John le Carré.
A essere coinvolta è una delle figure più oscure dell’amministrazione Trump: Tulsi Gabbard.
Parliamo del capo della comunità di intelligence degli Stati Uniti. E allo stesso tempo di un personaggio con una storia nota di rapporti torbidi con Mosca, al punto da portare molti repubblicani, lo scorso anno, a metterne apertamente in discussione l’idoneità a ricoprire incarichi di vertice nella sicurezza nazionale.
Un anno dopo siamo qui: con la denuncia di un uomo (o una donna) dell’intelligence talmente scottante che la sola divulgazione rischia di mettere in pericolo la sicurezza nazionale americana.
Non vi basta? Bene.
Anzi, male.
Andiamo in Finlandia. Ci sono movimenti sospetti oltre il confine russo che rappresentano una fonte di preoccupazione. Oggi per Helsinki, domani per la NATO.
Sì, buon inizio di settimana anche a voi.
Andiamo, facciamo un punto nave.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
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