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Pubblicato il 14 marzo 2026
🚨🪖🇺🇸🇮🇱🇮🇷🇱🇧 Buongiorno a tutti. Che succede? Succede che a due giorni dall’ultimo aggiornamento (scusate, e grazie, ma non è stata esattamente una passeggiata di salute), la guerra sta andando nella direzione che avevamo previsto: verso un’intensificazione del conflitto, verso un prolungamento dei combattimenti, verso una fine che di certo non si avvicina.
Ha parlato Mojtaba Khamenei. Anzi, cambiamo la punteggiatura: ha parlato Mojtaba Khamenei? Abbiamo la dichiarazione scritta di un leader ferito, “probabilmente sfigurato” (copyright Pete Hegseth), letta sulla tv di stato da un annunciatore. Non è un video, non è un audio, è più che altro l’evocazione che precede una seduta spiritica. L’esatto opposto di ciò che ci si attenderebbe da un aspirante leader in tempo di guerra. Non è un punto banale, anzi. È un aspetto che approfondisce i dubbi su chi detenga oggi le redini del potere a Teheran. C’è chi vede i Guardiani della Rivoluzione assumere giorno dopo giorno sempre maggiore influenza. C’è chi guarda con interesse ad Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, bocca di fuoco contraria (almeno in apparenza) a ogni possibilità di tregua. La realtà è che il sistema iraniano oggi non ha più un capo, ma ha una coda: come quella di un rettile che, recisa, separata dal resto del corpo, continua a muoversi per inerzia.
Domanda: dove vuole arrivare l’Iran? Risposta: spera di rendere il prezzo della guerra talmente costoso da convincere Donald Trump, un leader notoriamente umorale, a fare un passo indietro prima di aver ottenuto i propri obiettivi. Notizia: da un paio di giorni a questa parte The Donald sembra aver capito che fermarsi prima della linea d’arrivo equivarrebbe a una sconfitta. Sta accadendo, in parte, grazie all'inclinazione da bastian contrario naturale del Presidente degli Stati Uniti (pare non stia apprezzando particolarmente la copertura della guerra fornita dai media a stelle e strisce) e in parte per i sussurri dei consiglieri più esperti, quelli che stanno chiarendo al Presidente che lasciare in vita oggi l’animale ferito significherebbe ritrovarselo più forte, pericoloso e ringalluzzito fra qualche anno. Così si spiega la decisione di fare ciò che è giusto da un punto di vista militare, forse meno conveniente da quello politico. Washington sta infatti rafforzando rapidamente il dispositivo nella regione: due navi del gruppo anfibio USS Tripoli stanno salpando dal Giappone verso il Medio Oriente con a bordo la 31ª Marine Expeditionary Unit, oltre 2.000 Marines pronti a operazioni d’attacco e intervento rapido. Il Pentagono sta inoltre valutando l’invio di due cacciatorpediniere aggiuntivi per scortare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, ma la valutazione dei funzionari a stelle e strisce è che l’operazione di “accompagnamento” non potrà aver inizio fino a quando la minaccia iraniana non sarà ulteriormente ridotta, operazione che potrebbe richiedere fino a un mese o più.
Per il momento Trump sta tentando di raggiungere lo stesso obiettivo attraverso quel concetto astratto, ma enormemente tangibile, chiamato “deterrenza”: così si spiega la decisione di bombardare nottetempo tutte le infrastrutture militari presenti sull’Isola di Kharg, gioiello della corona, hub strategico noto per ospitare il 90% del petrolio esportato dall’Iran. Le infrastrutture energetiche, per il momento, sono state risparmiate dagli strike americani, ma lo show of force statunitense è un messaggio chiaro a chi pensa sia possibile continuare a limitare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz senza conseguenze. Traduco: siamo in grado di colpirvi dove fa più male. Aggiungo però un sottotitolo, in pieno stile Trump: se vi arrendete, forse siamo ancora in tempo a chiudere un deal. La sensazione è che non sarà possibile.
Altro? Sì. Trump avrebbe rifiutato la proposta di Vladimir Putin di trasferire in Russia le scorte di uranio arricchito iraniano. La proposta sarebbe stata intrigante soltanto per un motivo: avrebbe tolto agli americani l’imbarazzo, a un certo punto, di dover mettere gli stivali sul terreno in Iran. La buona notizia è che Trump non sembra fidarsi (almeno, non fino a questo punto) di Putin per acconsentire.
E poi? E poi attenzione al fronte israeliano: gli attacchi combinati provenienti da Iran ed Hezbollah continuano. Stanno mettendo a dura prova le difese dello Stato ebraico, che non a caso valuta una grande operazione di terra in Libano. Perché è importante? Perché le forze Radwan del “Partito di Dio” si stanno dimostrando più ostiche del previsto. E perché storicamente l’esercito israeliano esprime il meglio di sé quando è impegnato su un singolo fronte e all’interno di un’operazione pianificata in dettaglio sul lungo periodo. In questo caso avremmo due fronti aperti simultaneamente e una missione boots on the ground nata come reazione al coinvolgimento di Hezbollah. Non il migliore dei crocevia, aspettando l’ingresso (a mio avviso imminente) nella mischia degli Houthi.
Avete capito: ci sarà ancora da ballare, da soffrire, siamo ancora lontani dalla fine della storia. Ma oggi abbiamo recuperato gli episodi precedenti. Siamo di nuovo in linea. E forse la pausa forzata è stata in qualche modo utile: è impensabile, e probabilmente anche editorialmente dispersivo, pensare di continuare con dirette quotidiane infinite per tutta la durata di una guerra di cui ad oggi non vediamo la fine. Meglio procedere così: per punti nave quotidiani (uno o due al giorno, a seconda delle circostanze) e in caso di “eventi maggiori” per dirette specifiche.
Il punto nave di questa mattina è - eccezionalmente - aperto a tutti. Dal prossimo gli approfondimenti, e soprattutto i retroscena, torneranno a essere riservati agli iscritti, cui vanno nuovamente le mie scuse per questi due giorni di assenza.
Ps: non sono riuscito a rispondere ai vostri messaggi privati, ma spero di poterlo fare nelle prossime ore. Grazie per l’affetto, mi è arrivato tutto.
Molto meglio, in ripresa. Possiamo ripartire.
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