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Pubblicato il 09 giugno 2026
🚨🪖🇫🇷🇩🇪🇪🇺🇺🇸🇮🇱🇮🇷🇺🇦🇷🇺 FCAS. Doveva essere l’acronimo di un futuro in comune, l’emblema di una difesa “europea” che si costruisce non sulle buone intenzioni ma sui giusti ingranaggi che rendono possibile combattere una guerra moderna: caccia di sesta generazione, droni, sensori, intelligenza artificiale, cloud di combattimento, scambio di dati in tempo reale. Doveva essere il progetto capace di dimostrare che Francia, Germania e Spagna possono fare insieme ciò che per decenni hanno fatto separatamente, al riparo dell’ampio e accogliente ombrello americano. Doveva essere la prova generale del risveglio del Vecchio Continente. Doveva garantire che le maggiori potenze europee non si sarebbero fatte mai più guerra. Doveva, appunto. La cronaca delle ultime ore racconta infatti un altro esito. Dice che l’Europa può proclamare un giorno sì e l'altro pure la propria autonomia strategica, dirsi pronta a prendere fra le mani la propria esistenza, ma poi la realtà bussa alla porta. E prima di sfondarla chiarisce non solo che le nazioni esistono, ma anche che la buona volontà dei leader politici del momento non sempre è abbastanza per conciliare i rispettivi interessi.

Ogni riferimento al progetto di un caccia europeo di nuova generazione non è puramente casuale. Per capire bisogna tornare indietro di quasi 10 anni: Emmanuel Macron e Angela Merkel fissano un obiettivo ambizioso. Attorno al 2040, dicono, i Rafale francesi e gli Eurofighter usati da Germania e Spagna verranno sostituiti dal Future Combat Air System. Non un semplice aereo, ma un sistema di guerra. Al centro, il Next Generation Weapon System, un caccia collegato a una rete digitale di combattimento, circondato da un’architettura all’avanguardia in fatto di capacità stealth, guerra elettronica e attacchi a lungo raggio. “Tutto molto bello”, avrebbe detto un telecronista di cui nei prossimi giorni sentiremo ancora più forte la mancanza, se non fosse che, al momento del dunque, il jet da combattimento non riesce neanche a decollare. E non per limiti tecnici. La francese Dassault Aviation e il gruppo aerospaziale europeo Airbus, che rappresenta gli interessi tedeschi e spagnoli, non trovano infatti la quadra sulla leadership e sul controllo del programma di sviluppo. Il gruppo transalpino insiste per ottenere la leadership del caccia, così da proteggere la propria proprietà intellettuale, mentre Airbus spinge per una partnership più paritaria, con significativi trasferimenti di tecnologia. Come a dire: “Se vogliamo fare le cose insieme, facciamole bene”. Non solo: la Francia vuole un modello comune europeo, adatto alle sue necessità specifiche: dal trasporto di armi nucleari alla capacità di atterrare su portaerei. Legittimo. Ma Berlino, che non ha portaerei e non ha le stesse esigenze di Parigi sul nucleare, si chiede: perché dovremmo pagare e progettare un aereo con caratteristiche specifiche per i francesi? Risultato: il progetto naufraga dopo anni di trattative e malintesi. Come a inizio anno, quando l’amministratore delegato di Airbus, Guillaume Faury, propone di sviluppare due versioni separate dell’aereo, così da tenere conto dei requisiti differenti. Compromesso ragionevole? Non secondo Dassault, il cui amministratore delegato parte in quarta: “Airbus non vuole più lavorare con noi”.
Domanda: perché il punto nave odierno si apre con questa vicenda? Perché fornisce lo spunto per un retroscena. I lettori del Blog più attenti ricorderanno come in passato su questo spazio si sia posto l’accento sul fatto che il riarmo tedesco - al di là delle dichiarazioni di facciata - venga vissuto con un misto di inquietudine e sospetto in molti Paesi europei. Ecco, la novità è che questo sentimento di disagio sta prendendo piede soprattutto in una capitale. Avete indovinato quale? E soprattutto: perché?
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
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