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Pubblicato il 15 giugno 2026
🚨🪖🇺🇸🇮🇱🇮🇷🇱🇧 Buongiorno a tutti. La guerra fra Stati Uniti e Iran è finita. La vera domanda è “per quanto”.
Alle 5 e 21 minuti di un lunedì di metà giugno - quando inizio a scrivere questo pezzo - la sensazione forte è che questa non sarà la “pace” definitiva che Donald Trump ha celebrato su Truth come uno dei risultati più importanti mai conseguiti da un inquilino della Casa Bianca, ma solo una breve pausa fra round di combattimento.
Per capire quanto scetticismo ruoti attorno a questo agognato “deal” basta osservare la reazione delle circa 600 navi attualmente bloccate nel Golfo Persico. L’accordo che proclama la riapertura dello Stretto di Hormuz non ha suscitato al momento alcun senso di sollievo né fra gli armatori né fra i trader. Dopo mesi di montagne russe e di false partenze, buonsenso ed esperienza suggeriscono infatti prudenza. È indicativo che al momento una sola nave, una metaniera, la Disha, stia sondando il terreno mentre si dirige verso Hormuz. Auguri e complimenti per il coraggio.
Nelle prossime ore sarà in ogni caso importante riuscire a isolarsi dal rumore di fondo generato dai protagonisti: l’amministrazione Trump rivendicherà di aver chiuso il deal migliore possibile (lo sta già facendo); la Repubblica Islamica dichiarerà di aver umiliato i suoi nemici; Israele chiarirà di non essere vincolato al rispetto d tutte le clausole accordate dagli Stati Uniti.
Ma al di là dei proclami e di quelli che in gergo vengono chiamati “spin”, dobbiamo intenderci: questa non è la pace. È solo l'avvio della parte più difficile.
L’Iran ha ottenuto 60 giorni per negoziare le questioni relative all’argomento per cui questa guerra ufficialmente ha avuto inizio: il suo programma nucleare. Due mesi che sulla carta dovrebbero scattare da venerdì 19 giugno, quando il memorandum d’intesa - che non è stato ancora reso pubblico - sarà firmato a Ginevra, in Svizzera.
Possiamo facilmente immaginare che i negoziatori di Teheran cercheranno di applicare lo stesso schema utilizzato con successo innumerevoli volte con gli Stati Uniti: guadagnare tempo, irretire il nemico con cavilli e artifici simili. Rispetto al passato, però, potranno contare su un'arma negoziale in più, a causa dell'indecisione degli Stati Uniti; chiarire che sul nucleare non sono disposti a fare troppi sacrifici. E che le pressioni contano il giusto, dal momento che possono sempre tornare a incendiare la regione. Perché? Perché purtroppo gli è stato consentito.
La buona notizia per chi spera di non dover assistere durante la propria esperienza terrena a una Repubblica Islamica dotata di arma nucleare è che questo presidente USA, al di là dell’incapacità di tenere nel tempo una linea, ha mostrato una certa disinvoltura quando si è trattato di interrompere cicli di negoziazione e di utilizzare la forza contro il regime. La storia dell'ultimo anno dimostra che di solito ciò accade quando Trump - e soltanto Trump - ritiene di essere preso in giro.
Vi è poi un altro aspetto, ignorato quasi totalmente dal dibattito pubblico: riguarda il Congresso degli Stati Uniti. Qualunque accordo con l’Iran, qualsiasi tentativo di ridurre le sanzioni nei confronti di Teheran, dovrà passare da Capitol Hill. Lo prescrive una legge del 2015, l’Iran Nuclear Agreement Review Act, introdotta all’epoca per limitare il potere d’azione del presidente Obama mentre negoziava con la Repubblica Islamica il suo programma nucleare.
Un falco repubblicano, e un alleato strettissimo di Donald Trump, come Lindsey Graham ha già lasciato intendere che il Senato vorrà vederci chiaro, e che nulla dovrebbe essere dato per scontato da questa amministrazione mentre un potenziale accordo arriva in Aula: “Sono piuttosto preoccupato dal fatto che la visione iraniana dell’accordo sembri diversa da ciò che sostiene il team negoziale americano. Secondo la nostra legge, qualsiasi accordo nucleare con l’Iran sarà trasmesso al Congresso per l’esame e il voto. Attendo di esaminare il prodotto finale e ritengo indispensabile che l’architetto dell’accordo, il vicepresidente Vance, e i suoi partner negoziali partecipino al processo di presentazione dell’accordo finale al Congresso”. Non credo che JD Vance possa fare i salti di gioia pensando a questa prospettiva.
Quanto al resto, il tema dei prossimi giorni sarà capire come si muoverà Israele.
Bibi Netanyahu in questi giorni ha resistito alle pressioni di Trump, non ha rinunciato a colpire Beirut dopo gli attacchi di Hezbollah e ha rivendicato la propria libertà d’azione in risposta alle minacce dirette verso il territorio israeliano. Ma il rischio strategico più sottovalutato per Israele è quello che parla di rapporti sempre più tesi con il presidente degli Stati Uniti - piaccia o meno uno degli ultimi garanti (dopo le vicende degli ultimi anni) del legame storico che tiene insieme in maniera così stretta Washington e Gerusalemme.
La verità è che se durante questi mesi di combattimento il sodalizio tra le forze armate statunitensi e israeliane si è rafforzato, il contrario deve dirsi per quanto riguarda la relazione fra i leader.
È emblematico che Donald Trump, nella notte italiana, abbia utilizzato per Bibi Netanyahu parole simili: “È un tipo molto difficile e, a essere sincero, dovrebbe esserci molto grato per aver fatto questo. Perché se l’Iran avesse un’arma nucleare, Israele non resterebbe in piedi per due ore”.
Rileggete con attenzione.
È un tipo con cui è difficile andare d’accordo.
Dovrebbe ringraziarci.
Israele sarebbe caduto se non fosse stato per gli Stati Uniti.
Se state sperimentando una strana e inquietante sensazione di déjà vu, non preoccupatevi: è tutto normalissimo. Donald Trump ha appena riservato a Bibi Netanyahu il “trattamento Zelensky”. Cosa voglio dire? Che qualsiasi cosa possa accadere o non accadere nei prossimi 60 giorni, Israele continuerà a dover camminare in equilibrio su un filo sottilissimo.
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