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Pubblicato il 11 settembre 2026
🚨🪖🇾🇪🇸🇦🇺🇸 Così eccoci qui, venticinque anni dopo. Con la forte tentazione di tracciare un confronto fra l’America di ieri e quella di oggi, tanto irresistibile quanto scivoloso. Con la cronaca di questi giorni, impietosa, a divertirsi con le sue provocazioni, a ricordare che la storia sa essere ciclica, che certi problemi restano, nonostante tutto, senza apparente soluzione.
Cosa rimane, allora? Una battuta feroce. Quella diventata popolare nell'Ala Ovest nelle ore della caduta del regime di Saddam Hussein: “Anyone can go to Baghdad. Real men go to Tehran”: chiunque può andare a Baghdad. Gli uomini veri vanno a Teheran.
Era lo spirito del tempo. Nascondeva la convinzione che dalla “guerra al terrore” davvero potesse - e dovesse - nascere un altro mondo.
Così ecco a voi il primo paradosso: proprio al presidente più critico sull’idea di un’America “poliziotto del mondo” è spettato l’onore e l’onere di gestire la guerra contro il regime degli ayatollah, per anni sogno proibito di buona parte dei falchi GOP.
Eppure cosa dice il mondo di oggi? Dice che le guerre non possono essere combattute senza la necessaria convinzione. Prendete Trump: ha indebolito militarmente l’Iran, ha osato là dove avevano tremato i suoi predecessori, ma ha avuto paura di farsi coinvolgere troppo. Risultato: graziato dagli Stati Uniti, il regime di Teheran ha ritrovato coraggio, compreso di poter alzare la posta.
Se ne ha riprova proprio in queste ore: gli Houthi, una delle formazioni militari più capaci fra quelle alleate dell’Iran, avanzano a ritmo spedito lungo la costa yemenita che affaccia sul Mar Rosso, minacciando seriamente il controllo del secondo stretto della regione: Bab el-Mandeb, dopo Hormuz.
Attenzione: non parliamo di una potenza invincibile, anzi, ma a fare la differenza in una guerra sono spesso le motivazioni. Cos’abbiamo qui? Un movimento fortemente ideologico che nella sua marcia sta trovandosi di fronte spesso e volentieri migliaia di truppe abbandonate alla propria sorte, prive persino della copertura aerea che sarebbe stata ovvia.
E allora? E allora il mondo è cambiato, è finito sottosopra, ma c’è un’immagine che dovrebbe essere valida a maggior ragione oggi. È datata 14 settembre 2001, tre giorni dopo l’attacco alle Torri. George W. Bush sta parlando a Ground Zero, in mezzo ai soccorritori che hanno fornito la prima eroica risposta americana alla crisi. Nonostante il megafono, la voce non raggiunge tutti i presenti. Così a un certo punto si leva un urlo dalla folla: “Non riusciamo a sentirti!”. E Bush, pronto: “Ma io posso sentire voi!”.
È una frase semplice, ma l’esultanza che ne segue spiega che il Presidente sta toccando le giuste corde. Poi Bush prosegue: “Io posso sentirvi. Il resto del mondo può sentirvi. E le persone che hanno buttato giù questi edifici sentiranno presto tutti noi!”.
Nel boato che arriva subito dopo, nel coro “U-S-A, U-S-A”, c’è almeno una buona parte di ciò che servirebbe oggi. Un Presidente capace di spiegare - in patria e fuori - perché la guerra non è mai piacevole, ma a volte necessaria. Una coalizione internazionale che accetti di imbarcarsi in un’operazione lunga e rischiosa. Una causa comune, un asse del Male da riconoscere e da contrastare, prima che detti le regole del gioco.
Domanda: qual è la situazione aggiornata sul campo di battaglia? Risposta: è una realtà fluida, in totale divenire, ma con un puzzle che si sta complicando. Necessita di un punto nave, è lo strumento necessario per capire che succede, perché conta. E cosa verrà dopo. Buona lettura agli iscritti al Blog.
Ehi, pirata! È un bel tentativo quello di leggere senza salpare col giusto lasciapassare. Ma come ogni veliero che si rispetti, anche il Blog custodisce nelle sue stive i tesori più preziosi solo per chi ha davvero il coraggio di issare le vele e unirsi all’equipaggio. Quello che stai per leggere non è solo un articolo: è la rotta segreta tracciata sulla pergamena della geopolitica, disegnata tra burrasche diplomatiche e silenzi che parlano più di mille colpi di cannone.
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