Il suicidio del Pd

pd suicidio

 

Di scissioni a sinistra è piena la storia, ma che la morte di un’area intera dovesse arrivare per annessione no, questo è un paradosso inaccettabile pure per il dizionario politico dei contrari.

Ma in fondo questo rappresenta l’ipotesi di un appoggio del Pd ad un governo Di Maio: un’illusione a cui non crede nessuno, il finto sacrificio per il bene del Paese che cela invece la volontà di tornare al potere prima che il popolo lo decida di nuovo, entrando nelle fauci della balena gialla. Un suicidio politico, insomma.

Ma se proprio si deve morire, meglio farlo con le proprie idee, allora. Con i propri programmi, con i propri uomini, non con quelli del nemico giurato di un’epoca, con l’opposto conclamato che dopo averti sconfitto adesso ti guarda pure strisciare, mentre implori di salire sul suo carro da vincente.

E non fosse palesemente politicamente sbagliato abbracciare il M5s, verrebbe da chiedersi quale sia la molla umana che spinge alcuni dirigenti del Pd a bussare la porta dei pentastellati, a scardinare le travi della propria casa per far posto a nuovi colori, nuovi orizzonti, tutti tombali.

Perché questo è il destino che attende il Pd: a meno che la base non urli forte come sta facendo, a meno che quel #senzadime non diventi in fretta un #senzadinoi.

Perché perdere le elezioni si può. Perdere la faccia no.

Il suicidio del Pd

pd suicidio

 

Di scissioni a sinistra è piena la storia, ma che la morte di un’area intera dovesse arrivare per annessione no, questo è un paradosso inaccettabile pure per il dizionario politico dei contrari.

Ma in fondo questo rappresenta l’ipotesi di un appoggio del Pd ad un governo Di Maio: un’illusione a cui non crede nessuno, il finto sacrificio per il bene del Paese che cela invece la volontà di tornare al potere prima che il popolo lo decida di nuovo, entrando nelle fauci della balena gialla. Un suicidio politico, insomma.

Ma se proprio si deve morire, meglio farlo con le proprie idee, allora. Con i propri programmi, con i propri uomini, non con quelli del nemico giurato di un’epoca, con l’opposto conclamato che dopo averti sconfitto adesso ti guarda pure strisciare, mentre implori di salire sul suo carro da vincente.

E non fosse palesemente politicamente sbagliato abbracciare il M5s, verrebbe da chiedersi quale sia la molla umana che spinge alcuni dirigenti del Pd a bussare la porta dei pentastellati, a scardinare le travi della propria casa per far posto a nuovi colori, nuovi orizzonti, tutti tombali.

Perché questo è il destino che attende il Pd: a meno che la base non urli forte come sta facendo, a meno che quel #senzadime non diventi in fretta un #senzadinoi.

Perché perdere le elezioni si può. Perdere la faccia no.

Alfie Evans è dei suoi genitori

alfie evans

 

Alfie Evans della sua storia non sa niente. Non ha neanche 2 anni, questo bambino inglese che lotta contro una grave malattia neurodegenerativa senza nome.

Tenuto in vita da un respiratore artificiale, intanto succhia il ciuccio, dice chi lo ha visto in un ospedale di Liverpool, lo stesso nel quale rischia di morire contro il volere dei genitori.

Vogliono staccare la spina, i giudici inglesi, dicono che continuare a tenerlo in vita significhi accanirsi. Ma mamma e papà non si arrendono: loro, che Alfie lo ha messo al mondo, hanno buoni motivi per credere che il figlio si possa ancora salvare.

Quindi chi deve averla, quest’ultima parola sulla vita di Alfie? Lui non può dire. Per fortuna neanche sa. Ma allora chi se non i genitori? Che prima di arrendersi possano tentarle tutte.

La notizia di queste ore è che l’Italia ha concesso ad Alfie la cittadinanza. Il tentativo è quello di favorire il trasferimento del piccolo al Bambin Gesù di Roma.

Sarebbe questo, un atto di umanità. Perché di umano non c’è nulla, nel togliere la vita ad un bambino contro il volere dei suoi genitori.

Berlusconi tiene il servizio: e Salvini rischia il break

berlusconi molise

 

I numeri dello spoglio in Molise arrivano a rilento. Ed è già un nuovo giorno, ad Arcore, quando Berlusconi apprende che Forza Italia è ancora il primo partito del centrodestra vincente in regione. L’assalto al castello, l’ultimo fortino da difendere dall’assedio dell’alleato leghista, è stato respinto. Almeno per ora.

Si registra un calo importante in termini percentuali, rispetto alle Politiche del 4 marzo, ma in ambienti azzurri già avanza l’ipotesi che gran parte del bottino berlusconiano sia andato suddiviso tra due delle liste civiche moderate che hanno appoggiato il nuovo governatore Donato Toma. Tesi plausibile, almeno in parte.

Ma a Berlusconi, solitamente maniaco dei numeri e delle percentuali, questa volta poco importa dei decimali. Voleva soltanto un voto in più della Lega, per ricordare a Salvini che il centrodestra – almeno da Roma in giù – è ancora Berlusconi. E per prendersi su Di Maio una rivincita: “allora chi è che ha vinto?“.

Ma adesso? Cosa succede adesso? Tutti a guardare al Molise come all’Ohio nelle elezioni Usa, il piccolo stato chiave, spesso in bilico, che determina le sorti del Paese. E il Molise ha detto che la strada per il governo giallo-verde si complica, che Di Maio e Salvini se vorranno formare un esecutivo dovranno farlo con Berlusconi ancora in campo, non fuori gioco come speravano fino a stanotte.

Lo schema nuovo, adesso, sarà rinviare la partita di una settimana: fino alle elezioni del Friuli Venezia Giulia, dove però Salvini ha già stravinto alle Politiche rispetto a Forza Italia, conquistando il 25% contro il 10% di Berlusconi.

Difficilmente potrà erodere ulteriormente il consenso del vecchio Silvio, che il suo game al servizio – per usare un gergo tennistico – l’ha vinto in Molise. Adesso gli tocca ricevere la battuta in Friuli. E se solo riuscisse a migliorare di poco il risultato del 4 marzo, allora sì che farebbe il break. A quel punto Di Maio e Salvini sarebbero come una coppia di doppio iscritta ad un torneo di singolare. Irregolari, squalificati, costretti a lasciare il campo. Eppure avevano uno smash da schiacciare sotto rete…

L’italiano dimenticato del Molise

 

L’italiano dimenticato del Molise, ancora per qualche ora, si sentirà coccolato dal resto d’Italia. Tutti pronti su Google a scrivere “Elezioni Molise“. Anzi: “Risultati elezioni Molise“. Che alla fine questo è ciò che tutti vogliono sapere: chi vince? Di Maio o Salvini? E Berlusconi reggerà all’assalto della Lega?

Ma l’italiano dimenticato del Molise non ha memoria corta. Nella sua mente ha ben chiara la sua storia. Sa cos’è stato. Sa cosa avrebbe potuto essere. Sa anche cosa non sarà.

Per un po’ si è sentito perfino lusingato, da tanto interesse. Che finalmente essere pochi in Regione non era un handicap. Anzi, una possibilità: con tutti i leader nazionali a fare comizi nei comuni di 10mila abitanti, pronti ad ascoltare la voce dell’elettore semplice, a parlare con la gente, a stringere mani, mica accordi sottobanco. Roba da dopoguerra. Roba che “com’era bella la politica di una volta“.

Ma l’italiano dimenticato del Molise non si è illuso. Ha capito in fretta che il circo da domani se ne andrà. Leveranno le tende, i nostri politici. Torneranno nei Palazzi romani. Dove tutto si decide e dove inspiegabilmente aspettano il voto del piccolo Molise per capire che vento tira.

Barometro a campione ridotto, terra amara, sferzata dalla storia e dagli eventi.  Molise pensaci tu. Ma da domani non pensarci più.

L’azzardo di Salvini: farsi lasciare da Berlusconi e sperare in Di Maio

salvini bis

 

I piatti non volano solo perché sono distanti. Gli insulti neanche, perché a dividerli ci sono troppi anni e ancora un po’ di rispetto. Ma se soltanto Salvini e Berlusconi potessero dirsi tutto ciò che pensano dell’altro verrebbe fuori tutto il rancore che un matrimonio d’interesse ha nascosto sotto al tappeto.

Il leader della Lega è furioso. Ha capito che Silvio cerca il pretesto per far saltare l’accordo col Movimento. Ma nemmeno nei confronti di Di Maio è tenero: se solo avesse accettato di rinunciare alla premiership pure Forza Italia avrebbe dovuto adeguarsi…

Dall’altra parte c’è un Berlusconi a cui un mese da comprimario ha già fatto venire il voltastomaco.Sono disgustato“, ripete in Molise. Non capisce come Salvini possa fidarsi del M5s, come possa decidere di chiudere al dialogo col Pd per privilegiare quello con “gente che non ha mai lavorato nella vita“.

Ma stavolta forse il filo si è spezzato davvero. Mai Salvini aveva detto così chiaramente:”Berlusconi sbaglia“. E per l’uomo che negli ultimi 24 anni è stato fondatore e leader del centrodestra, accettare lezioni da questo giovinastro senza esperienza è quanto meno umiliante.

Eppure la sensazione è che in questo apparente non riuscire a trattenersi più, in questi continui litigi davanti alle telecamere, vi sia non una malcelata insofferenza, quanto un modo per accorciare l’agonia di un rapporto personale mai realmente decollato e quindi destinato a precipitare.

Vogliono lasciarsi, insomma. Resta solo da capire come. E qui sta il nuovo azzardo di Salvini, che dopo aver tentato la strada delle consultazioni con la Casellati, adesso ha deciso di scendere in campo da solo. Da solo sì, non come centrodestra.

Vuole un pre-incarico da Mattarella, lo descrive come un sacrificio, evidenziando che il rischio di bruciarsi è alto, ma è anche l’unico modo per cui può sperare di andare al governo, ormai.

Di certo non si può dire che gli manchi la fantasia: andare in Parlamento come Matteo Salvini, leader della Lega e chiedere i voti a chi ci sta. E se Di Maio, pur di escludere Berlusconi dalla partita, votasse un governo Salvini? A quel punto sarebbe Silvio, a denunciare l’inciucio. Ma formalmente sarebbe Forza Italia a lasciare la Lega. E il M5s a votare Salvini.

Tutti felici e contenti, insomma. Salvini a fare il premier, Berlusconi nuovamente con le mani libere e il M5s al governo. Tutti tranne Di Maio: perché se non rinuncia alla premiership lui…allora Salvini si schianta.

Perché Di Maio sbaglia: il torto al M5s e quello al Paese

di maio bis

 

Quando sorride ai giornalisti, facendo il suo ingresso nella Sala degli Specchi di Palazzo Giustiniani, l’atmosfera è carica di un’attesa paragonabile a quella di una finale olimpica. Ma Luigi Di Maio non sale sul podio a prendersi la medaglia. Piuttosto ha l’espressione di chi ha corso sapendo di non poter vincere, dopo il colloquio con la Casellati.

Parla un politichese di primissimo livello, il leader del Movimento 5 Stelle. Che più i giorni passano e più si fa strada la convinzione che a breve sarà Partito.

Sostiene l’impossibilità di sedersi allo stesso tavolo di Berlusconi. E nel ragionamento infila anche la Meloni, una sottigliezza volta a chiarire che lui la Terza Repubblica vuole inaugurarla con il solo Salvini. Gli altri, se vogliono, possono al massimo regalargli i loro voti in Parlamento.

E c’è quasi da capirla, l’ostinazione con cui difende la parola data Di Maio,  che la frittata non l’ha fatta oggi, ma nel momento in cui ha rivendicato l’impossibilità di formare un governo con Berlusconi.

Un atteggiamento, per quanto sostenuto con piglio fermo dalla base grillina, autolesionista e ingiustificabile. Non tanto – o non solo – per l’arroganza con cui chi schifa il voto di 4 milioni e mezzo di italiani, ma soprattutto politicamente miope.

Perché dopo anni di opposizione e promesse, di ricette di buon governo declamate in tv, non può essere un Berlusconi al 14% a poter condizionare la forza di un Movimento che ha preso il 32% e che vuole governare con il 17%.

No, non può essere che su una questione di principio si areni la possibilità di formare un esecutivo. Non può essere che Di Maio rischi di spiaggiarsi per non aver voluto incontrare Berlusconi.

Davvero il veto su un uomo solo può bloccare milioni di italiani? E davvero Di Maio può arrogarsi il diritto di impedire al M5s di dimostrare che in tutti questi anni aveva ragione ad attaccare i partiti tradizionali?

C’era un detto, che è sempre valido: chi troppo vuole…

Piccolo e dimenticato Molise, l’Italia ti guarda

molise

 

Enigmatico per definizione, costantemente in bilico, sospeso in un limbo di natura esistenziale: perché se guardi le cartine geografiche il Molise lo trovi nel Centro Italia, ma in tutte le statistiche viene accorpato nel Meridione. Facile capire il perché.

Terra dimenticata, terra ricca di storia e giovane di ordinamento. Terra piccola, però. La meno popolosa della Penisola, adesso quasi in imbarazzo per le attenzioni che tutta Italia le rivolge. E non per le sue meraviglie storiche e di paesaggio, non per le eccellenze che meriterebbe di vedersi finalmente riconosciuta, ma per l’importanza politica che improvvisamente tutti le attribuiscono.

Perché a ciò che voteranno domenica meno di 250mila persone guarderanno con attenzione altri 46 milioni di connazionali. Quelli che per tanti anni, diciamolo pure, dell’esistenza del Molise si sono dimenticati. Quelli che faticherebbero pure a collocarlo sulle mappe. Ma il Molise dov’è? Ma il Molise esiste ancora?

Esiste, esiste. Ed è lì che si gioca il futuro del Paese, sempre lì che andrà in scena l’ultimo tentativo di un’alleanza M5s-Lega. Non è un caso che Di Maio ieri abbia confidato ai suoi: “Io mi fido di Salvini ma gli do una settimana di tempo per decidere. Poi, se non si muove, non resta che il Pd. O le urne“.

E quel muoversi di Salvini dipende dal Molise, dal risultato che la Lega otterrà in regione.  Perché se è comprensibile attendersi una crescita nelle percentuali dopo l’8% delle Politiche, clamoroso sarebbe invece un sorpasso ai danni di Forza Italia, che meno di un mese fa ha preso il 16%.

Così si spiega il tour de force di Berlusconi, che in Molise ha trascorso già due giorni, arrivando a promettere l’acquisto di una casa in regione in caso di vittoria del centrodestra. E tra selfie e strette di mano tornerà anche domani e dopodomani, in un ritorno alle campagne elettorali vecchio stile che certifica l’importanza della partita.

Perché una vittoria leghista su Forza Italia sancirebbe di fatto la rottura del vincolo tra Salvini e Berlusconi. E a quel punto sì che Matteo potrebbe salutare Silvio senza particolari paure, come fosse un partitino satellite, altro che il perno della coalizione.

Dal Molise, dal piccolo e dimenticato Molise, passano dunque le sorti future del Paese.

Salvini cerca nel Molise il coraggio che non ha. Di Maio spera nel Molise per raddrizzare la strategia che oggi lo vede perdente. E Berlusconi guarda al Molise come all’ultimo baluardo prima di cedere la fortezza.

In una terra di borghi medievali gli assedi ai castelli non sono una novità.

Autogol, assist e gol: così Di Battista ha bruciato due fessi (e aiutato Berlusconi)

di battista

 

Per il presidente più vincente della storia del calcio le metafore legate al pallone vanno sempre bene. Per questo, in privato, Berlusconi parla dell’uscita su Facebook di Di Battista come di un autogol per il Movimento 5 Stelle e di un assist per Forza Italia.

Dibba che lo descrive come “il male assoluto” buca le gomme di Di Maio. Azzera le possibilità di un governo M5s-centrodestra e costringe Salvini al nuovo/vecchio bivio: dentro o fuori il Palazzo? Con o senza Berlusconi?

E poco importa che lo sgambetto di Di Battista non sia il frutto di un errore strategico. Qualcuno dice che sia stato tutto studiato ad arte, che l’ormai semplice attivista abbia voluto impedire l’ascesa di Di Maio che, così pare, alla fine sotto le pressioni di Mattarella avrebbe accettato obtorto collo di imbarcare Forza Italia pur di salire a Palazzo Chigi col ruolo di premier.

Cosa che adesso non è più possibile per colpa di Dibba, l’alter-ego rivoluzionario del neo-democristiano Di Maio. L’ortodosso dai modi meno ortodossi di tutti, il pugile che colpisce sotto la cintura quando la campanella del gong ha già suonato da un pezzo.

Ed è vero che tra i due litiganti spesso gode il terzo. Che in questo caso, indovinate un po’, è proprio Berlusconi. Perché se Di Maio non può perdere la faccia alleandosi con lui e Salvini non vuol perdere il centrodestra sbarazzandosi di lui, allora a vincere è sempre lui. Berlusconi il regista, per tornare a parlare di calcio, che adesso col 14% del 4 marzo rischia pure di ritrovarsi in casa il Presidente del Consiglio. Un po’ come vincere lo Scudetto dopo essere arrivato quarto in classifica.

Perché, è il ragionamento dalle parti di Arcore, Mattarella vista l’impasse tra Di Maio e Salvini non potrà che affidare un mandato esplorativo ad uno dei Presidenti delle Camere. E se l’incarico a Fico verrebbe letto dalla base pentastellata come un attentato alla leadership di Di Maio, meno scalpore desterebbe un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Guarda caso una personalità di Forza Italia, che in più occasioni non ha esitato a definirsi “orgogliosamente berlusconiana“.

Un boccone amaro da ingoiare per tutti. Da Di Maio a Salvini, che a quel punto, piuttosto che tornare a vedere Berlusconi nel ruolo di dominus dell’Italia, potrebbero forse trovare il coraggio di fare ciò che non hanno fatto finora: chiudere gli occhi, abbracciarsi forte e fare squadra. Sempre che a quel punto il Cavaliere non abbia già segnato a porta vuota.

Mattarella ha detto “game over”

mattarella bis

 

Agli occhi azzurri e gentili ha sostituito da giorni uno sguardo deciso, persino severo. Chi ha avuto modo di incontrare Sergio Mattarella al Quirinale ne è uscito scosso, quasi turbato, perché per la prima volta ha saggiato la durezza di cui il Presidente della Repubblica è capace.

Ai partiti che si sono alternati nel primo giorno del secondo giro di consultazioni ha ripetuto un ultimatum chiaro e lapidario: non c’è più tempo. E se gli interlocutori abbiano compreso o meno il significato del messaggio è sì un suo problema, ma fino ad un certo punto.

Perché il capo dello Stato guarda alla situazione in Siria con preoccupazione, alle guerre commerciali che rischiano di travolgerci.  Ha la responsabilità di guidare l’Italia in un mare in burrasca. E se i marinai non si dimostreranno all’altezza degli ordini potrebbe pure decidere di cambiare equipaggio.

E in fondo il diktat che ha scandito al termine delle consultazioni questo dice: non aspetterà che M5s e Lega traggano forza dalle regionali di Molise e Friuli per trovare il coraggio di assumersi le loro responsabilità. Non attenderà che Di Maio e Berlusconi smettano di litigare. Né che il Pd esca dalla fase di isolazionismo prolungato nella quale si è rintanato dal giorno dopo il voto.

Non interessano, a Mattarella, le ragioni giuste o sbagliate dettate dalla strategia politica. Il Presidente pensa all’Italia. E se i politici vogliono continuare giocare allora sarà lui a presentargli la scritta “game over”.  Tempo scaduto. Adesso scende in campo Mattarella.