Parlamercato: quando Conte si diceva contrario ai “responsabili”

Sapevamo che il mese di gennaio fosse quello del calciomercato. Il 2021 ci insegna che è anche quello del Parlamercato. Il mercato dei parlamentari, appunto.

Con tutto il rispetto che possiamo portare a degli eletti dal popolo sovrano, ciò che oggi viene sancito è l’ennesimo scadimento della politica nostrana. Da diverse ore, ma forse addirittura da più giorni, cioè da prima che Matteo Renzi aprisse ufficialmente la crisi di governo, è in corso una caccia al voto del responsabile di turno, del senatore che fa la differenza tra la sopravvivenza dell’esecutivo e la sua caduta.

Attenzione: è tutto legittimo, accade tutto all’interno del recinto dei regolamenti parlamentari, ma sentire oggi Dario Franceschini, capodelegazione Pd, nell’atto di dire che il termine “responsabili” non esprime più “negatività” come in passato e che “non c’è niente di male nel dialogare apertamente e alla luce del sole con forze politiche disponibili“, onestamente, a chi scrive, ha fatto un certo effetto.

Vorrei portare all’attenzione del lettore soltanto un dato, che è unicamente politico: a pronunciare frasi di questo tipo, a cercare di raccattare qua e là dei transfughi per tenere in vita Conte, sono gli stessi che accusavano Silvio Berlusconi di compravendita di senatori quando faceva esattamente le stesse operazioni. Sarebbe curioso sapere cos’è cambiato. O forse qualcuno ad un certo punto avrà il coraggio di uscire allo scoperto, di affermare con presunzione e convizione che quando queste trattative le fa il centrosinistra sono “accordi politici” e quando le fa il centrodestra sono acquisti al mercato delle vacche. Punto.

Voglio ribadirlo: nessuno contesta la legittimità dell’operazione imbastita da Conte e i suoi, né ci si meraviglia per la normale controffensiva dell’opposizione, decisa a giocare fino all’ultima la partita per sfiduciare Conte in Parlamento all’inizio della prossima settimana. Però è evidente che rispetto ai vecchi schemi e ai vecchi partiti politici, ciò che stride maggiormente è la posizione del premier dell’ormai fu “governo del cambiamento“, espressione peraltro del partito che voleva introdurre il vincolo di mandato in Costituzione.

Il MoVimento 5 Stelle ne ha fatto per anni un suo cavallo di battaglia. Luigi Di Maio ha denunciato pubblicamente, in più occasione, i cosiddetti “voltagabbana“, minacciando anche la possibilità di introdurre multe da 100mila euro per i trasformisti/traditori. Ecco, ripensare oggi, nel pieno del mercanteggiamento – nessuno si senta offeso, di questo si tratta – all’indignazione di chi si faceva paladino di una solo presunta integrità morale, spiazza.

Così come spiazza ripescare dal proprio personale taccuino la frase annotata il 16 dicembre 2019. A pronunciarla Giuseppe Conte, che in merito ai cambi di casacca decretava: “Sarei per rendere più difficili questi passaggi“. Ecco, giusto per essere chiari: senza “questi passaggi” Giuseppe Conte oggi non sarebbe premier, e neanche potrebbe esserlo domani.


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Il bluff di Conte: così può perdere Palazzo Chigi

Se Renata Polverini (Forza Italia) dice che “al Senato siamo già 15“, parlando di se stessa come una dei “responsabili” o, per usare la forma edulcorata di queste ore, dei “costruttori”, significa che l’operazione per sostituire i 18 renziani nella maggioranza è già partita. Resta però difficile da credere che la compagine di cui sopra si sia già ingrossata a tal punto: se così fosse stato, infatti, senza esitazioni e perdite di tempo avremmo già visto formarsi un nuovo gruppo. Con sommo gaudio di Conte, vincitore della partita in trasferta, ovvero sul terreno di gioco che Renzi più di lui certamente conosce: il Parlamento.

Analizzando atteggiamenti, dichiarazioni e fatti delle ultime 48 ore, invece, sembra di poter dire che ad oggi Conte una maggioranza non ce l’abbia. Non senza Italia Viva, almeno. Ne è la prova più lampante l’ultima sortita del premier per le vie di Roma, poco prima che parlasse Renzi, per promettere un non meglio precisato “patto di legislatura”. Contentino svuotato di significato politico, poiché privo dell’assicurazione che esso avrebbe contenuto il Mes.

Perché dunque, è il ragionamento, prestarsi a questo estremo tentativo di mediazione, se in cantiere è già pronta una pattuglia di responsabili? E perché, visto che con Renzi il feeling non è mai scattato, non spingere invece per favorire questa sostituzione indolore, con Italia Viva fuori e i nuovi contiani dentro? La risposta può essere soltanto una: perché al momento, almeno fino a ieri, i numeri non c’erano.

Ecco perché Conte rischia di pagare a carissimo prezzo il bluff di due giorni fa, quando fonti di Palazzo Chigi facevano sapere che “se il leader di Iv Renzi si assumerà la responsabilità di una crisi di governo in piena pandemia, per il presidente Conte sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia viva“. Questo è stato lo strappo deciso da Conte, l’azzardo con cui sperava di vincere la partita, convinto che mai e poi mai Renzi avrebbe rischiato un rilancio con la concreta prospettiva di salutare il governo.

Il senatore di Rignano, invece, ha deciso di vedere se il premier aveva o meno il punto. Così facendo ha posto Conte dinanzi ad un bivio: raccattare un manipolo di responsabili – durissimo contrappasso da sopportare per il premier del fu “governo del cambiamento” – oppure andare a Canossa, cospargersi il capo di cenere e smentire sé stesso, accettando di buon grado il rientro dei renziani nella sua maggioranza come unica opzione per restare a Palazzo Chigi.

Altra soluzione non sembra esserci per il presidente del Consiglio, che tra i due scenari – in queste ore – mostra risentito e orgoglioso di preferire di gran lunga il primo. Offeso con Renzi, spera e crede di riuscire a sopravvivergli. Magari infliggendogli una lezione come quella impartita in Senato a Salvini. Allora, però, a rendere possibile la sua vittoria fu proprio il sostegno insperato di Renzi. Mentre adesso si fatica onestamente a pensare che ad incarnare il ruolo di kingmaker possa essere davvero Clemente Mastella.

Rebus che solo Conte può sciogliere. Con il rischio di restare vittima del suo bluff, quando gli stessi parlamentari che oggi twittano l’hashtag #AvantiConConte, accortisi che responsabili ce ne sono sì, ma non abbastanza, potrebbero sacrificare il loro nuovo idolo sull’altare del proprio seggio.


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Perché questa crisi impopolare è inevitabile e giusta

Sono le 18 e 16 minuti del 13 gennaio 2021 quando Matteo Renzi annuncia le dimissioni delle sue ministre dal governo Conte II. La precisazione di carattere temporale è d’obbligo, perché la crisi di governo aperta oggi avrebbe potuto – e dovuto – inaugurarsi tempo addietro.

Non serve essere un mago dei sondaggi per sapere che chi oggi muove delle critiche a Giuseppe Conte – l’uomo più amato del Paese – rischia nella migliore delle ipotesi di finire insultato, nella peggiore, forse, una messa in stato d’accusa per lesa maestà.

Ma mente chi oggi finge di non sapere che questo governo fosse immobile da mesi. Vive su Marte chi sostiene si potesse proseguire di questo passo. Tenta di vincere facile chi crocifigge Renzi dipingendolo come il peggiore dei mali col solo fine di nascondere vistose inadeguatezze.

E’ infatti molto semplice, finanche scontato, cercare di individuare le ragioni del leader di Italia Viva in un fantomatico interesse personale. Già solo il fatto che il 73% degli italiani – sondaggio Ipsos di questa mattina – dica di non comprenderne le mosse, suggerisce l’opposto: che giovamento può trarre Renzi da questa crisi? Quale misterioso guadagno può sperare di ottenere? Risposta: nessuno. Almeno non nell’immediato. E si sa che nella politica italiana fare programmi a lunga scadenza è pensiero ardito, errore da principiante che Renzi non commetterebbe.

La verità è un’altra, allora. A ben guardare molto più semplice. Il vero motivo della crisi non sta- o almeno, non solo – nell’acronimo MeMeMes: ovvero quel “metodo, merito e Mes” enunciato da Renzi.

Il motivo della crisi è che questa maggioranza è nata come un governo di scopo: evitare che Salvini prendesse i pieni poteri, ma non si è data un orizzonte politico. Quando la questione prioritaria è diventata la necessità di esprimere una “visione” politica – leggasi alla voce Recovery Plan – i nodi sono venuti al pettine: con le differenze di vedute, ideologiche, addirittura antropologiche dei componenti l’ormai ex maggioranza tramutatesi in ostacoli insormontabili.

Ora, possiamo benissimo scegliere di attribuire tutte le colpe a Renzi. E’ la cosa più semplice da fare. Io che non l’ho mai votato, però, non lo farò. Penso invece che dovremmo cercare di andare più a fondo, senza limitarci alle analisi più superficiali e semplicistiche. Quelle con cui acchiappare un mare di like, per intenderci.

Se oggi la motivazione principale di chi accusa il leader di Italia Viva è che non si apre una crisi durante una pandemia, allora questo qualcuno deve anche essere tanto gentile da dirci perché durante una pandemia non si attiva il Mes sanitario. Se oggi il dogma da non mettere in discussione è Conte, allora Conte deve dimostrare che il suo valore aggiunto è quello di far ragionare su un tema di vitale importanza per il Paese anche la frangia della sua maggioranza più restia a rinunciare ad una folle ideologia. Se oggi, insomma, si decide che Renzi è il male della politica italiana, bene, lo si dica. Ma che poi si inizi anche a farne un po’, di Politica.


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L’errore tattico di Conte: Renzi non è Salvini

La tentazione di equiparare sulla base del nome di battesimo i due Matteo della politica italiana da tempo stuzzica la cerchia più ristretta del premier Conte.

L’ultima prova si è avuta oggi, quando Repubblica ha riportato un virgolettato di Rocco Casalino – ovviamente smentito, sarebbe altrimenti già caduto il governo – nel quale di Renzi si diceva: “Se andiamo in Senato lo asfaltiamo, come è successo con Salvini“.

Portavoce del premier a parte, ciò che Conte pensa di Renzi si è intuito del resto soltanto poche ore fa. La presunzione di superiorità del presidente del Consiglio nei confronti del leader di Italia Viva è stata infatti messa nero su bianco sabato sera, quando Conte ha ammesso su Facebook di essere stato più volte consigliato nel “portare pazienza” dinanzi alle bizze del suo azionista di maggioranza più irrequieto. Così comunicando l’idea di un capo che deve mordere il freno, sempre più infastidito, da quell’impiccio che il senatore fiorentino rappresenta ai suoi occhi.

Ora, l’idea, tradita già nella conferenza di fine anno, in cui Conte espose la volontà di “parlamentarizzare” un’eventuale crisi, è appunto quella di trattare questo Matteo (Renzi), come l’altro Matteo (Salvini).

Conte si è fatto infatti convinto della bontà dello “schema D’Alema“: “Non si manda via l’uomo più popolare del Paese per fare un favore a quello più impopolare“. Da qui la tentazione di rendere il Senato nuovamente arena di un duello come quello che lo vide distruggere il Salvini reduce dal Papeete, illusosi nell’estate 2019 di togliere di mezzo l’avvocato e prendersi la sua poltrona a Palazzo Chigi. Salvo essere clamorosamente sconfitto nei suoi intenti.

Qui però sorge un problema: non basta un nome ad accomunare due figure. Renzi, insomma, non è Salvini, per quanto Conte vorrebbe che fosse.

Non serve dunque un master per dire che anche un eventuale showdown in Senato avrebbe esito diverso da quello forzato da Salvini un anno e mezzo fa. In primis perché Renzi, che conosce la storia del concittadino Machiavelli, è politico più accorto dell’omonimo leghista. Se accetterà la conta è perché certo di poterla spuntare.

In secondo luogo per attitudine politica: sebbene infatti il gradimento del premier sia oggi molto più forte nel Paese del suo, Renzi non resterebbe placido mentre Conte, magari mettendogli una mano sulla spalla, si erge a statista in difesa delle istituzioni. E non solo per via del necessario distanziamento.

A subire l’accusa di essere populista sarebbe insomma – con ottimi motivi – Conte stesso, per giunta chiamato con ogni probabilità a difendere i suoi trascorsi. Non solo gialloverdi e giallorossi. Ma pure trumpiani, dopo l’assalto a Capitol Hill cui si è aggiunto l’imbarazzo per la mancata condanna riservata a colui che lo ribattezzò “Giuseppi” e del quale oggi Conte mostra con orgoglio l’autografo agli amici.

Chi conosce Renzi sa bene che un confronto nell’aula parlamentare è quanto di più esaltante possa esserci per il leader di Italia Viva, amante da sempre dei dibattiti all’americana, non a caso in questi giorni dettosi più volte disponibile ad accettare il guanto di sfida lanciato dal premier .

Pur privi del pallottoliere, sebbene costretti in un’epoca dalle poche certezze, le frequenze di “radio Parlamento” ci dicono che chi ha bluffato fino ad oggi è Conte. Se deciderà di risolvere comunque la partita in Aula sarà perché convinto di non poter contare su Renzi per un terzo incarico, al di là delle assicurazioni di quest’ultimo. Difficile pensare che possa trovare una maggioranza politica alternativa: a maggior ragione considerando che dal Colle è pervenuto chiaro il messaggio che Mattarella non accetterà soluzioni raffazzonate.

Se è vero insomma che esiste quella che qualcuno ha ribattezzato “maledizione di Palazzo Chigi”, sostenendo che dopo qualche tempo trascorso nel palazzo governativo si perde il senso della realtà e della misura, lo scopriremo presto. Probabilmente se e quando Conte penserà davvero di poter infliggere a Renzi lo stesso trattamento riservato all’altro Matteo.


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Appunti di tattica politica: come Conte usa la comunicazione contro Renzi

Lo sviluppo delle ultime ore è il seguente: Conte è uscito allo scoperto.

Il premier ha iniziato a giocare, a muovere le sue pedine nel tentativo di rispondere al disegno di Renzi, per sottrarsi alla sua ragnatela. Non siamo dinanzi ad una partita de “La Regina degli Scacchi”: se dovessimo individuare il giocatore più simile a Beth Harmon non avremmo dubbi nell’indicare Renzi. E’ un player istintivo, legge le mosse dell’avversario in anticipo, ogni tanto commette errori d’impeto. Ma ha un innegabile talento tattico.

Covid-19, quarantene e scacchi: tutti pazzi per la regina Beth Harmon

Conte però ha dalla sua la scacchiera: parte da una situazione di vantaggio: ha più pezzi da muovere, molte più alternative del rivale, è circondato da elementi difensivi che lo mettono al riparo anche da eventuali ingenuità.

Quanto è accaduto il 30 dicembre durante la conferenza stampa di fine anno, quando il premier ha di fatto minacciato la conta in Parlamento: errore grave, non aveva i numeri. Non è un caso che non abbia riproposto fino ad oggi lo stesso schema. Eppure la crisi non è precipitata, perché Conte ha trovato nel Pd il suo paracadute. Per ora.

Conte ha iniziato a giocare, dicevamo. Negli ultimi giorni il premier ha varato una linea comunicativa aggressiva. Guardate l’agenzia Ansa lanciata venerdì sera, quando la riunione di maggioranza era terminata da pochissimi minuti.

Questo lancio d’agenzia, peraltro scritto coi piedi, ha segnato l’inizio di una tattica che mira a far passare Renzi come il cattivo che vuol far cadere il governo per interessi personali. Siamo in una fase in cui i colpi si giocano sopra e sotto la cintura. La conferma è arrivata ieri, sabato sera, una delle fasce orarie preferite dal premier. Non c’è possibilità di fare una conferenza stampa in diretta nazionale per illustrare un Dpcm? Bene, arriva il post su Facebook con tanto di presidente in posa pensosa nel suo studio a Palazzo Chigi, eccolo:

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Cosa pensa, cosa dice Conte? I passaggi politicamente più significativi sono due. Il primo è quello in il premier gonfia il petto, lascia intendere di essere di un altro livello rispetto alle beghe di queste ore, si erge – o almeno prova a farlo – sulla politica per dominarla. Leggete cosa scrive:

In questi giorni sto ricevendo molti inviti, anche autorevoli, ad essere “paziente”. Ma io non sono affatto paziente. Al contrario. Sono impaziente.

E’ come se Conte stesse bacchettando Renzi, come se lo trattasse alla stregua di un bambino discolo che fa i capricci e che sfida la sua calma, destinata ad estinguersi. Ma leggete la chiosa:

Sin dall’inizio del mio mandato ho preso un impegno con tutti i cittadini: lavorerò sempre per il bene vostro, il bene comune, e non per il mio utile personale. Fino alla fine farò ogni sforzo possibile per assolvere questo delicato incarico con “disciplina e onore”, come richiede la nostra Costituzione.

Conte qui va giù pesante: sottintende una sostanziale differenza fra sé e Renzi, ma in generale fra sé e gli altri politici. Quando dice “lavorerò sempre per il bene vostro” e “non per il mio utile personale“, il premier pare voler ricordare la sua provenienza. E’ come se in questo momento volesse ricordarci che lui politico di mestiere – con tutti i difetti che per l’opinione pubblica questo comporta – non è e non sarà mai. Quello di premier per lui è appunto un “delicato incarico” da svolgere con “disciplina e onore come richiede la nostra Costituzione“. Conte è tornato “avvocato del popolo”.

C’è spazio anche per una vena di vittimismo: “Fino alla fine farò ogni sforzo possibile“. In questo caso Conte sta dicendoci: c’è il rischio che mi pugnalino, che io possa cadere perché c’è chi trama contro di me. Insomma, fa pesare tutto il gradimento costruito nel corso della pandemia per fare pressioni su Renzi, per indicarlo un domani come il congiurato che ha pugnalato il leader che pensava al “popolo”.

Questo è ciò che sta tentando Conte: è una manovra legittima dal suo punto di vista, sta tentando di conservare la sua carica a Palazzo Chigi. Ma Renzi, che stupido non è, stamattina a Repubblica ha chiesto al premier di smetterla di “scrivere post retorici” e iniziare a confrontarsi sui temi. Il leader di Italia Viva ha letto la mossa dell’avversario, com’era facile attendersi.

Nelle prossime ore è molto probabile che questi esercizi narrativi lascino spazio ad un affondo in piena regola. Resta da capire chi farà la prima mossa, ma soprattutto chi per ultimo dirà “scacco“.


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