T-ridicolo

T-ridicolo non è tanto che Pasquale Tridico, presidente dell’INPS, si sia raddoppiato lo stipendio. Non è solo il fatto che a stabilire una retribuzione di 150mila euro l’anno sia stato il governo Conte I, quello composto da Lega e MoVimento 5 Stelle. E nemmeno il tempismo dell’aumento in busta paga, giunto mentre tantissimi italiani faticano a sbarcare il lunario.

T-ridicolo non è unicamente che l’aumento dello stipendio del “papà del reddito di cittadinanza” sia stato finanziato tagliando il programma di spedizione delle buste arancioni, con le quali l’Inps informava ogni cittadino su quanto avrebbe percepito al momento di andare in pensione, consentendo a molte famiglie di pianificare il proprio futuro.

T-ridicolo non è il fatto che lo stop di questo programma sia arrivato “casualmente” proprio quando l’Inps avrebbe dovuto inviare informazioni su Quota 100 appena introdotta, e cioè quando molti italiani avrebbero visto coi loro occhi, nero su bianco, che smettere di lavorare prima del previsto gli avrebbe procurato una decurtazione della pensione. Al di là dei proclami di Salvini e Di Maio.

T-ridicolo non è Tridico che scrive una lettera a La Repubblica sconfessando l’inchiesta di una giornalista, salvo essere sconfessato – stavolta definitivamente – dagli atti ufficiali.

T-ridicolo non è Luigi Di Maio, che dice di volere dei chiarimenti ma dovrebbe domandarli a sé stesso, visto che a stabilire gli importi dei vertici Inps fu all’epoca proprio un decreto del ministro del Lavoro da lui presieduto.

T-ridicolo non è Giuseppe Conte, che come sempre, come sulla Gregoretti, sulla Diciotti, se ne lava le mani e dice di non essere informato, anche se la Presidenza del Consiglio era direttamente coinvolta, anche se il governo era il suo. O almeno così risulta.

T-ridicolo è in fondo che tutte queste cose, prese singolarmente, siano parte di una sola storia, quella di Tridico, appunto, e che nessuno abbia ancora sentito il bisogno se non di dimettersi quanto meno di chiedere scusa.

Ridicolo, ridicolo tutto.


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Perché a Boris Johnson ha risposto Mattarella e non Giuseppe Conte?

Sarebbe azzardato e finanche pretestuoso chiamare in causa l’ira dei mansueti, ricordare come Shakespeare che gli uomini farebbero bene a “guardarsi dalla collera dei miti”. Eppure l’immagine è suggestiva perché perfettamente aderente al carattere di Sergio Mattarella, autore in quel di Sassari di un commento insolitamente puntuto, a ragione irritato, nei confronti di Boris Johnson.

Ciò che diversi commentatori hanno mancato in queste ore di sottolineare (spesso con dolo) è che le parole del biondissimo premier riguardo la differenza sostanziale tra inglesi da una parte, italiani e tedeschi dall’altra, non avevano l’intenzione di “offendere” i due popoli europei (distinzione che farà piacere al primo ministro della Brexit), bensì di “difendere” sé stesso dalle accuse sulla cattiva gestione del virus in patria. Né si può dire, senza così dimostrare di aver frainteso le parole di BoJo, che le parole sugli inglesi amanti della libertà più di altri siano totalmente frutto d’errore.

Di questo valore è intriso il dna delle genti d’Oltremanica, nei secoli scorsi popolo di navigatori e conquistatori che della libertà (propria) hanno fatto il motore della loro evoluzione. Per non parlare dell’atteggiamento che essi nutrono nei confronti dello Stato, che vorrebbero meno presente possibile nelle loro vite di ogni giorno. Sentimento condiviso con i “cugini” americani, che ancora oggi continuano a vedere nelle diramazioni dello Stato dei tentacoli che attentano alla serenità e alla riuscita della loro esistenza. Al contrario, a queste latitudini, chiediamo più Stato e dipendenza da esso.

Ciò non toglie che la risposta di Mattarella, arrivata – va precisato – a microfoni ufficialmente spenti, fosse dovuta. Non per rinfocolare sovranismi sterili, ma per ribadire semmai le qualità di un popolo – quello italiano – che nel momento della massima crisi ha mostrato fibra insospettabile anche a sé stessa. Consapevole, per usare le parole di Mattarella, che l’unico modo per recuperare la libertà è fare esercizio di serietà nel tempo.

Intervento giusto, insomma, per rivendicare gli sforzi degli italiani ed evitare ogni fraintendimento: qui non vivono servi. Resta da capire perché a prendere le nostre parti sia dovuto essere il Presidente della Repubblica e non l’omologo di Boris Johnson, il capo del governo, Giuseppe Conte.

Maybe tomorrow…


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Zingaretti e il Pd hanno vinto. Non vuol dire che abbiano ragione su tutto (tipo i 5 Stelle)

In questi giorni abbiamo avuto la conferma di vivere in un Paese speciale. Si è votato per Referedum, Regionali, Comunali, elezioni suppletive del Senato. I risultati sono stati spesso contrastanti: qualcuno ha vinto il Referendum ed è crollato alle amministrative; altri hanno perso a livello locale, ma meno del previsto, quindi sembra abbiano fatto cappotto. Eppure non c’è ancora un leader di partito che sia andato davanti alle telecamere per dire: “Ci dispiace, le cose non sono andate come volevamo: siamo delusi dall’andamento di questo voto”.

Capriole politiche all’italiana degne di nota, ma mai quanto quelle del giornalista medio. Lo sport preferito è lo stesso da sempre: salire sul carro del vincitore, confidare nella memoria corta del lettore e chiarire che ovviamente il risultato era stato da lui ampiamente previsto. Tanto figurati chi ha la pazienza di andare a verificare quello che hai scritto due giorni fa…

Questo blog sente invece il bisogno impellente di far notare che non basta aver vinto in Puglia e Toscana per cambiare magicamente opinione sul Partito Democratico. Né sulla sua leadership. Nicola Zingaretti appare dall’esterno una brava persona: e questo non è poco.

Ma da 48 ore a questa parte la stampa italiana ne sta descrivendo le gesta di nuovo Obama, fondamentale punto di riferimento negli anni a venire della sinistra mondiale e raffinato stratega.

La realtà è un’altra, ma viene spesso dimenticata o volutamente taciuta. Dalla nascita del governo Conte-bis chi si aspettava che fosse finalmente giunto il momento di “romanizzare i barbari” ha dovuto ricredersi. La tendenza è inversa: i romani si stanno imbarbarendo.

Le dichiarazioni in cui Zingaretti invoca da mesi “una svolta”, “un cambio di passo”, “un’accelerazione” hanno intasato le agenzie e la homepage del suo profilo Facebook. Il problema è che nei fatti non si è visto niente di quanto auspicato dal segretario dem.

Con il concreto rischio di una seconda ondata alle porte, dimentichi della lezione della prima, ancora indugiamo sul prendere i soldi del Mes che servirebbero a migliorare il nostro sistema sanitario (in alcuni casi a salvarlo). Perché? Perché M5s, un movimento dichiaratamente post-ideologico, fa del ricorso al Mes una questione di natura ideologica. Fantastico.

Per non parlare dei decreti sicurezza di Matteo Salvini che, nonostante i proclami, sono in vigore da mesi. Ogni giorno c’è la dichiarazione di un esponente Pd che lascia intendere che il prossimo mese sarà quello buono per metterci mano e sospenderli. Anche in questo caso abbiamo perso il conto e siamo in trepidante attesa di capire se il “prossimo mese” avrà prima poi il nome di un mese del calendario.

Questi sono i fatti. Scolpiti nella pietra, nonostante il tentativo di qualcuno di cancellarli dopo il voto. La sindrome di Stoccolma nei confronti dei 5 Stelle resta, la subalternità del Pd è evidente, il suo attendismo snervante.

Si aspetta il Recovery Fund come una manna dal cielo o la tredicesima a Natale: come se una pioggia di soldi potesse d’un tratto eliminare i nostri difetti atavici, restituirci al mondo come nuovi. E’ un’illusione. Come quella che descrive un Pd quasi perfetto. Perché questo Paese è così: nel calcio qualcuno diceva che “vincere è l’unica cosa che conta”. Nel calcio, appunto.


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Nel giorno di San Matteo la strana disfatta dei due Matteo

Sembra una vita fa. Ma quando, nell’ottobre 2019, Matteo Salvini e Matteo Renzi da Bruno Vespa diedero vita ad un duello televisivo pirotecnico, la sensazione che fosse quello il primo atto di una sfida destinata a segnare gli anni a venire della politica italiana era marcata. Scrissi, mentre osservatori ed esperti cercavano di individuare chi dei due l’avesse spuntata ai punti, “Vince Matteo“.

Entrambi avevano raggiunto l’obiettivo prefissato: parlare ai rispettivi elettorati, accreditarsi come altrui alternativa, rivali pronti a costituire un nuovo bipolarismo basato sulle rispettive figure.

Era un anno fa. Un mondo fa.

Per comprendere cosa sia cambiato bisognerebbe ripercorrere la tratta che ha sconvolto le nostre vite, indagare nei mesi che hanno modificato priorità e convincimenti delle nostre esistenze.

Il virus che ha sospeso la Politica, che ha fatto trionfare la narrazione dell’emergenza, ha emarginato la retorica della rabbia e quella del futuro.

A Salvini non basta più agitare lo spettro dei migranti sui barconi: adesso il pericolo è ovunque, nelle strade, nelle case, ha le fattezze di un caro che caro potrebbe costarti. E Renzi fatica a tornare quello della prima versione. Conosce la politica, le sue sfumature, ma ha perso il fascino della novità. Reinventandosi ha indossato i panni del tattico, ma ha finito per apparire stratega della sua carriera.

Salvini e Renzi sono quanto di più diverso possa esserci sulla scena. Si danno il rispetto che si deve al rivale, la dose che basta a legittimare il proprio successo venturo sull’altro. Ma entrambi sono vittime della stessa narrazione, delle aspettative che hanno a torto o a ragione suscitato intorno a loro.

Salvini, ad esempio, ha aritmeticamente ragione quando augura a sé stesso di perdere ogni anno come ieri: guadagnando in consiglieri regionali ad ogni sconfitta. Ciò che non dice – e sa – è che dopo aver ventilato lo scalpo della rossa Toscana, l’unico scalpo è il suo. Quel che teme – e non dice – è d’essersi a sua volta ammalato della sindrome dell’amica Le Pen, che a livello locale ogni tanto esulta, ma che la Francia respinge come pericolo democratico ogni volta che si paventa all’orizzonte il momento di una scelta di campo.

Renzi, invece, mente sapendo di farlo quando parla di “inizio strepitoso” per la sua Italia Viva. Eppure non ha altra scelta che questa: per non alimentare la depressione tra i suoi, per non sprofondare in una terribile irrilevanza. Ma se l’ex amatissimo sindaco di Firenze, nella madre di tutte le battaglie, finisce in Toscana sotto il 4,5%, è lecito domandarsi che fine abbia fatto il tocco magico dell’uomo che portò il Pd al 40% alle Europee di 6 anni fa. Non sedici, solo sei. E paradosso vuole che nell’intollerabile raffronto col “ieri” vi sia un segno di considerazione che Renzi dovrebbe tenersi stretto, aggrappandosi ad esso, se necessario.

I due Matteo hanno avuto tra le mani il consenso degli italiani, lo hanno fisicamente percepito, tastato. Salvini, a dire il vero, crede di averne ancora un certo sfumato sentore. Entrambi sanno però di aver vissuto i loro giorni politicamente migliori. Il vento soffia in una certa maniera soltanto una volta sola. Ma nessuno come loro ha imparato che la brezza può cambiare direzione d’un tratto, senza apparente motivo. In un senso o nell’altro.

Lo hanno intuito, una volta di più, nel loro giorno, il giorno di San Matteo, nelle ore dello spoglio che ha determinato la loro – chissà poi quanto vera – strana disfatta.


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C’è chi dice No

Di ogni referendum resta nella storia soltanto l’esito, prima ancora del risultato percentuale. Perciò tra uno, cinque o quindici anni chi dovesse per caso ritrovarsi a commentare quel giorno di settembre in cui in Italia venne deciso il taglio dei parlamentari direbbe che sì, ha vinto il Sì.

Questo per dire che le scuse non servono: oggi è il giorno della sconfitta di chi, come chi vi scrive, ha sperato fino all’ultimo in un andamento diverso della consultazione, in un errore macroscopico dei sondaggi che ormai da mesi raccontavano un finale già scritto, una battaglia persa in partenza.

Dunque niente da festeggiare: vincono i populisti e perde la democrazia. Trionfano le fake news e soccombe la corretta informazione. Eppure un motivo per non abbandonare ogni speranza c’è, nonostante tutto. Riguarda il dato che non conta ai fini della vittoria o della sconfitta, ma che racconta di una fetta di italiani che non si è ancora (incredibilmente) rassegnata alla narrazione del tanto peggio tanto meglio.

Lo spoglio è da poco iniziato ed è ancora presto per dire quanti voti in tutto avrà ottenuto il No al referendum, ma che sia il 30%, il 33 o il 35% poco importa. All’incirca un terzo degli italiani ha deciso di ribellarsi al racconto che celebra il Parlamento come un bivacco di truffatori e manigoldi; ha scelto di credere che il problema non sia la quantità ma la qualità di deputati e senatori; ha sfidato le indicazioni di una classe dirigente troppo pavida per mettersi di traverso rispetto all’orientamento generale, per scegliere scientemente la sconfitta, ma il lato giusto della storia. Questi italiani hanno dimostrato che la politica esiste: sono loro.

Ecco, il Si vince e il No perde. I deputati e i senatori saranno di meno, alcune Regioni saranno sotto-rappresentate e il Parlamento viene amputato. Auguri a tutti. Ma la notizia è questa: c’è chi dice No. Non basta. Ma non è poco.