I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Il governo è come Mark Caltagirone

Salvini da Giletti

Il quesito che ora si presenta impellente, alla luce dello spettacolo imbarazzante andato in onda da Giletti, è capire a partire da quando “Non è la D’Urso” preferirà trasmettere in prima serata le vicende del governo piuttosto che gli “scoop” su Pamela Prati.

Il materiale per farci sopra una puntata c’è tutto. C’è il personaggio centrale: Salvini. L’arrogante per cui la routine è fatta di inviti ai giudici a candidarsi e minacce di denunce ai pm: insomma, uno pacifico.

Poi c’è Toninelli, il rissoso con gli occhiali. Quello che per una volta non c’entra niente e chiamato in causa da Salvini sullo sbarco di quei 47 disperati a bordo della Sea Watch trova dentro di sé un impeto di coraggio e un briciolo d’orgoglio:”Se vuole dirmi qualcosa me la dica in faccia”.

Ma è evidente che lo show non è abbastanza coinvolgente se sullo sfondo non c’è una storia d’amore. E allora ecco arrivare il leader mediterraneo, l’abbronzato Luigi Di Maio, lui sì che nell’amore con Salvini c’ha creduto. Da un po’ di tempo, però, ha capito che il loro era un rapporto a senso unico: a stare bene era solo Matteo. Così da qualche settimana ha tirato fuori il carattere, forse pure troppo. La sua vena polemica è onestamente irritante. Il dubbio che attanaglia i fan è capire se tiri la corda per romperla o per attirare a sé Salvini, per conquistarsi i propri spazi nella coppia.

In questi intrecci da Beautiful si muove la realtà. Quella di un esecutivo che per stessa ammissione di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, trova che “governare diventa impossibile”. Perfino un Consiglio dei ministri diventa un ostacolo insormontabile, al punto che decreto Sicurezza-bis, decreto Natalità e per le autonomie diventano più che materie di discussione oggetto di scontro. Dunque speranza di non-incontro.

E’ tutto un “vediamo se il Cdm può slittare”, un “cerchiamo di farlo dopo le Europee”, “vediamoci ma scegliamo un altro ordine del giorno: magari ‘varie ed eventuali'”.

Va in onda lo stallo, il disfacimento dei rapporti umani e di lavoro, la fuga della realtà. Perché è evidente: il governo è come Mark Caltagirone. Non esiste.

Dove sono i moderati?

Salvini Le Pen

Sono dunque questi i “nuovi” moderati? Sono loro gli eredi della tradizione cristiana, i custodi politici della nostra fede? Sono quelli che usano e strumentalizzano le parole di tre grandi Papi? Quelli che provano a mettere sullo stesso ring Papa Wojtyla e Papa Ratzinger per costringerli a combattere contro Francesco?

Sono quelli che in piazza Duomo a Milano come prima cosa dicono di non essere estremisti e un attimo dopo urlano “basta Islam” alla faccia della tolleranza?

Sono loro i futuri riformatori dell’Europa? Quelli che intendono distruggerla per rintanarsi all’interno di barriere così alte da oscurare pure il sole?

Ed è Salvini il leader del “buonsenso”? O è tutto semplicemente senza senso?

Come questa ossessione ricorrente per il rosario, diventato nel giro di un anno un vezzo scaramantico. Perché se giurare sul Vangelo ha portato bene la prima volta, allora ecco che perfino scomodare “il cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria” quasi non sembra blasfemo, figurati se è peccato.

Si dice che le elezioni si vincano al centro, ma qui dev’esserci stato un errore, perché nessuno – davvero – può riconoscere in Salvini nemmeno tracce di quella categoria dell’animo umano che risponde al nome di “moderazione”.

Non basta passare dal verde d’annata leghista al blu rassicurante dei conservatori. Non basta togliersi la felpa e indossare la giacca. E neanche ripulirsi dopo giorni di barba lunga e capelli spettinati. Non tutto può essere ridotto ad una mera questione d’immagine. Non sempre la politica può essere la formulazione del “miglior” messaggio.

Perché serve a poco mostrare i cartelli col 15% della flat tax se poi, dal primo all’ultimo, tutti sanno che per fare la tassa piatta leghista serve aumentare l’Iva. Perché semplicemente non è credibile un leader che a parole si smarca dall’ultradestra e poi accoglie sul palco alcune delle più pericolose espressioni del razzismo e dell’intolleranza in Europa, gente che ancora postula la teoria della sostituzione etnica, abili manipolatori che usano la parola “patrioti” non intesa come “persona che ama la sua nazione”, ma come vocabolo che faccia da scudo a uomini e donne che diffidano, respingono, intimamente odiano l’altro, il diverso.

In questo contesto, in piazza Duomo, va in scena il Festival dell’arroganza. Se ne ha la prova quando rivolgendosi a Papa Francesco, con una grinta che sfocia presto in rabbia, Salvini dice che lui sta “azzerando i morti nel Mediterraneo con orgoglio e spirito cristiano”. Come dire che Sua Santità viene anche spogliato del suo ruolo di guida delle anime: c’è lui, ora,
ad indicare la nuova rotta del Cristianesimo. L’uomo che giura sul Vangelo, che brandisce il rosario e manda bacioni alla Madonnina.

Quello di Salvini è un protagonismo debordante, è un esibizionismo teatrale, ma è anche un personalismo rozzo. La prova dell’assenza di quella sensibilità di cui un grande leader dovrebbe disporre emerge con tutta la sua forza proprio in quel frangente: quando i fan sommergono il Papa di fischi. Un moderato li avrebbe fermati: sarebbe bastato un cenno, una mano alzata, per far capire che fino ad un certo punto sì, ma non oltre. Il gesto non arriva: quei fischi sono il cibo di un ego smisurato, forse illimitato, per questo pericoloso.

Ed è in questo mondo, in cui tutto viene sdoganato, perfino la sfida al Santo Padre, che l’uomo presto più votato d’Italia sguazza come uno squalo nell’oceano. In questo Paese così disilluso da volersi illudere, su questo palco pieno di estremisti travestiti da buonisti (sì, loro) perché consapevoli della loro essenza di impresentabili, che si ritorna al punto di partenza: dove sono i moderati?

Non in piazza Duomo, si capisce. Sicuro altrove. Ma chissà dove…

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.

Quanto ci costano le sparate “spreadgevoli” di Salvini

Di Maio e Salvini

Ha troppo spesso gioco facile, Matteo Salvini, nel dire che prima dello spread vengono gli italiani. Peccato che l’andamento dello spread, che lo vogliamo o no, sia strettamente collegato alle fortune economiche degli italiani.

Se il vicepremier della settima economia al mondo – per inciso, l’Italia – si rende responsabile di frasi del tipo: “Del 3% me ne frego” succede una cosa molto semplice: tutti gli investitori, quelli che hanno comprato il nostro debito, capiscono che di questo Paese già così indebitato non ci si può fidare. Iniziano a vendere i nostri titoli di Stato e lo spread si impenna. In soldoni: perdiamo parecchi soldoni. Quanti?

Dal 4 marzo 2018 al 3 maggio, data dell’ultimo rilevamento della Fondazione Hume, si calcola che la ricchezza degli italiani tra titoli di Stato, obbligazioni e azioni sia diminuita di 90 miliardi di euro. I circa 30 punti guadagnati dallo spread in questi ultimi giorni fanno avvicinare pericolosamente il conto fino a 100 miliardi.

Ora fa sorridere – ma ci sarebbe da piangere – che Luigi Di Maio abbia scoperto il valore della prudenza proprio a ridosso della campagna elettorale. E’ bello notare che tutto ciò che gli veniva contestato ora viene utilizzato proprio da lui per far sembrare Salvini l’unico responsabile dello sfacelo.

La verità è che questi 100 miliardi di euro andati in fumo, che sarebbero tornati utilissimi ora che il governo è impegnato in un’affannosa ricerca di risorse per evitare l’aumento dell’Iva (che impatterà direttamente sulla spesa di milioni di famiglie), altro non sono che la diretta conseguenza degli errori politici del governo Lega-M5s.

Certo in un clima di grande incertezza globale, con la guerra dei dazi tra Usa e Cina che manda a picco le Borse, delle sparate di Salvini non si sentiva il bisogno.

Sembra evidente che il leader della Lega abbia stabilito che i suoi voti – purtroppo direttamente connessi a frasi ad effetto come quelle sul vincolo del 3% – contano più dei soldi degli italiani.

Basta fare un semplice calcolo: 100 miliardi di ricchezza dello Stato bruciati a causa dello spread, diviso per 60 milioni di italiani fa circa 1.600. Sono gli euro che ogni italiano ha perso in meno di un anno a causa delle sparate “spreadgevoli” di Salvini e associati.

Se è vero che gli italiani votano con una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio lo scopriremo presto…

“Dicci” Salvini

"Vinci Salvini"

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.

E la luce fu

L'elemosiniere del Papa

Ci voleva un uomo del Signore per compiere un piccolo miracolo: riportare la luce in uno stabile lasciato senza corrente da ore, con tutto quel che ne consegue per le 400 persone che lo abitano, bambini compresi. Serviva che un cardinale con un passato da elettricista si calasse in un tombino e restituisse a centinaia di persone due cose fondamentali: la possibilità di vivere dignitosamente e la speranza.

O forse è più giusto parlare di fede. Una fede che non è attesa di qualcosa calato dall’alto, ma di una promessa terrena di vicinanza mantenuta. E’ una Chiesa che torna tra gli ultimi e non li abbandona, quella di Francesco, quella del suo elemosiniere Konrad Krajewski, che conosce il confine sottile, ma impossibile da non considerare, tra legalità e giustizia.

Perché è vero che gli occupanti di quello stabile in via di Santa Croce a Roma, ex sede Inpdap abbandonata da anni, sono tutti “fuorilegge” e non pagano le tasse. Ma lo è pure che risulta assurdo pensare che nel centro della Capitale possa andare in scena, nell’indifferenza più totale delle istituzioni, il dramma di quasi 500 persone in difficoltà, abbandonate a loro stesse, trattate persino come criminali.

Perché qui nessuno vuole mettere in discussione la proprietà privata. Né discutere sull’importanza di pagare le tasse. Non ci sono cittadini di Serie A e di Serie B. Non possiamo accettare lezioni dai primatisti dei condoni.

Ma questo non è terreno per battaglie ideologiche. Piuttosto si tratta di avere la sensibilità politica di saper sanare una situazione di degrado. Si tratta di applicare al governo il fattore “umanità”, quello che sfugge sempre a Salvini quando tenta di applicare anche in mare la politica “law” e “order”. Legge e ordine vanno bene in una società funzionante: non quando bambini senza frigorifero rischiano di restare digiuno, non quando disperati in mezzo al mare rischiano di annegare.

Dice Salvini, in uno dei suoi tanti comizi, “adesso l’elemosiniere paghi le bollette arretrate”. E’ la frase da incorniciare per tenere sempre ben presenti la sua disumanità e la sua arroganza. Perché parlando di Chiesa sorge spontanea un’esclamazione: “Da quale pulpito!”. Il leader della Lega chiede che venga onorato il debito con lo Stato. La stessa Lega che allo Stato ha sottratto 49 milioni. Quando si dice la coerenza.

Penne nere, non camicie

Il cappello degli alpini con la tradizionale penna nera

Sfilano gli Alpini. E ti si gonfia il petto. Come se quel cappello con la penna nera lo indossassi proprio tu. Sfilano gli Alpini, orgoglio nazionale, e pensi a quei giovani pronti ad immolarsi sulle montagne per le famiglie lasciate nelle valli, a quei ragazzi addestrati per combattere tra i ghiacci e poi inviati tra le dune del deserto, per assecondare famelici appetiti coloniali di questo o quel regime.

Li vedi marciare, fieri, come fossero loro gli eroi mandati al massacro nella campagna di Russia, loro i compagni dei caduti all’Ortigara, sempre loro, ancora loro, gli ultimi bastioni ad impedire l’ingresso degli “invasori”.

Sono gli eredi di una tradizione e di un sentimento, di un orgoglio e di una cultura. Ed è impossibile non percepire la differenza che passa tra chi indossa questa divisa per cuore e storia, come fosse una seconda pelle, e chi invece usa quella dei corpi di polizia dello Stato come uno strumento per i suoi fini elettorali. E’ innegabile il senso di nostalgia che assale chi vede sfilare queste reali espressioni di un’identità nazionale coraggiosa, nobile e incondizionata, a paragone dei nazionalismi e dei sovranismi che di patriottico hanno ben poco.

Quella degli Alpini è la storia di un’Italia semplice e di cuore. E’ quella del binomio coi muli, splendidamente fotografata da Giulio Bedeschi nel suo autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio”: “Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai“.

In un’epoca di nuove e vecchie inquietudini, di pericolosi richiami, di fascismi diversi ma pur sempre fascismi, è bene urlare forte e chiaro il loro motto, quello degli Alpini:”Di qui non si passa“. Sono penne nere, non camicie.

Salvini e il suo personalissimo decreto Insicurezza

Salvini e il decreto sicurezza-bis, ovvero il suo personalissimo "decreto insicurezza"

Eccolo, il caso Siri ha presentato il conto. E non si tratta dei sondaggi che danno la Lega per la prima volta da mesi in forte calo. No, lo scotto lo ha pagato Salvini in persona, al di là dei voti, che alle Europee certamente verranno.

Vittima di una “sindrome da accerchiamento”. “Terrorizzato” dal fatto che gli annunciati “sviluppi” dell’inchiesta in Lombardia possano travolgere il fiore all’occhiello leghista della Sanità, Salvini ha perso la calma e tentato di tutto, in questi giorni, per tornare a dettare l’agenda, per fare cioè quel che ha fatto per 10 mesi indisturbato: il vincente, l’uomo dal tocco magico sempre e comunque.

Eppure qualcosa s’è rotto, perché la lucidità è la qualità che per prima traballa, fortemente vacilla, quando il vento che prima gonfiava le vele comincia d’un tratto, senza preavviso, a soffiarti contro.

Non serve un genio per unire i puntini: prima l’annunciata chiusura dei canapa-store (smentita da una sua stessa direttiva in cui si ordinavano soltanto controlli e non il sequestro degli esercizi commerciali). Poi la polemica con la Difesa per il salvataggio di alcuni migranti prossimi all’annegamento da parte della Marina, seguita dalla promessa:”Io porti non ne do”, sconfessata anche questa dagli sbarchi di ieri.

E ancora: la lettera inviata a Conte e Moavero in cui l’uomo che aveva promesso 600mila rimpatri chiede agli altri – lui, agli altri – un “salto di qualità” nella politica estera. Che tradotto è un messaggio di resa. Come le accise, promesse tradite.

Infine il fallo di reazione. Quello forse più grave. Il cosiddetto “decreto sicurezza-bis“: un insieme di norme da discutere in Cdm che, se approvato, farebbe di Salvini il Signore dei Mari e il nuovo ministro dei Trasporti de facto. Nel testo, infatti, il Viminale chiede la competenza a “limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica“. Come dire che Toninelli non solo non conta, adesso facciamo finta che neppure esista, togliamogli il lavoro, il ministero, ci pensa Salvini.

Sono tutti segnali inequivocabili di una barra non più dritta, di un’incapacità di frenare quella voglia di rivalsa che è la cifra di un’arroganza prima umana e poi politica.

Salvini ha perso una battaglia, ma per la smania di rifarsi rischia ora di perdere la guerra.

Dunque non chiamatelo “decreto sicurezza-bis”, è più giusto chiamarlo per quello che è: il suo personalissimo “decreto insicurezza”.

Quindi i porti non erano chiusi

Bimba salvata dal naufragio

Le bugie hanno le gambe corte. Per mesi abbiamo ripetuto che quello dei “porti chiusi” era soltanto uno slogan buono per aumentare i like di Salvini. Nelle ultime ore ne abbiamo avuto conferma: la nave Mare Jonio con 30 migranti a bordo salvati dalla Marina italiana è in arrivo a Lampedusa e la “Stromboli” attraccherà ad Augusta con i 36 salvati ieri, che verranno ridistribuiti in 4 Paesi europei. Ps: finalmente l’Europa batte un colpo.

A scricchiolare è però la strategia di Salvini e non poteva essere altrimenti con una guerra in corso in Libia. Era chiaro a tutti meno che a lui. L’aspetto che bisogna sottolineare in questa vicenda è l’atteggiamento ondivago del MoVimento 5 Stelle: per mesi ha appoggiato la linea del pugno duro di Salvini, oggi riscopre il valore del dialogo con l’Europa. Bene, tardi ma forse ci sono arrivati. Chissà quanti naufragi e quanti morti si sarebbero potuti evitare se c’avessero pensato prima.

Ora, dato che la coerenza non sembra essere la qualità migliore di chi ci governa, non resta che aspettare per capire se questo atteggiamento di rottura rispetto alla (non) politica dell’immigrazione made in Salvini durerà o se è figlio soltanto della voglia di smarcarsi dalla Lega in vista delle Europee per prendere qualche voto a sinistra. D’altronde ormai lo abbiamo capito: ciò che conta per loro sono i voti, non le vite.