Quello che ci mancherà di Nené Camilleri

Camilleri

Dell’assenza di Andrea Camilleri avremo piena contezza tra un po’ di tempo. Per fortuna non oggi, non domani, non ora che ovunque si parla di lui. Non adesso che il vuoto che già intuiamo viene subito colmato dalla sua voce roca e familiare in tv, non ora che vederne la sagoma ci rende meno viva la consapevolezza di saperlo morto. Perché come quando se ne va un parente stretto, una persona cara, il primo giorno non è mai il peggiore. Bisogna aspettare: aspettare che la gente si dimentichi di telefonare per sapere come va, che la routine di ogni giorno prenda il sopravvento, che il ricordo e il dolore reclamino il loro tempo e il loro spazio.

Sarà così pure per lui. Per Nené Camilleri. Sentiremo la sua mancanza. E non è di letteratura che parliamo, del piacere di una lettura “amica” che ci resta, ci resterà. Piuttosto è della sua “cultura” che ci preoccupiamo. Della sua ineguagliabile umanità. Del suo impareggiabile talento nel leggerci dentro, per poi scriverne. Della sua capacità di pronunciare parole sagge anche in un mondo folle, spesso cattivo. Della curiosità di un uomo arrivato a 93 anni senza diventare “vecchio”.

E’ di questo, ma non solo, in un giorno di magone e malinconia, che già assaporiamo il retrogusto amaro. Abbiamo “nostalgia del futuro”. Delle parole che Camilleri non potrà tuonare, delle strigliate che verranno a mancare, dei ragazzi che non lo conosceranno, delle certezze che non incarnerà. E ci perdonerete se ci portiamo avanti, se una lacrima la versiamo in anticipo, già ora. Ora che è troppo presto per sentire la tua mancanza, Nené.

Perché Camilleri non è morto

Camilleri

Scrivere di un morto come Andrea Camilleri è una enorme rottura di “cabbasisi“. E lo dico con rispetto, certo di non fargli torto, convinto come sono che lui stesso odierebbe pensarsi tale. Perché così come avvenuto per il mitico dottor Pasquano, che a furia di “sbafarsi” cannoli è sopravvissuto nella memoria dei lettori alla fine terrena del grande attore che lo interpretava, così Camilleri – da immenso autore qual è stato – ha scelto per sé un ruolo eterno.

Ecco, è in questo senso che parlare di lui da morto si traduce in un “grannissimo scassamento di minchia“. Perché Camilleri, in fondo, morto non è: almeno per me. La compagnia della sua voce profonda e inconfondibile risuona perfettamente, parola per parola, anche ora – l’ho sperimentato – che ho tirato fuori dalla mia libreria uno dei libri di Montalbano.

Il suo universo di personaggi, destinato a finire con la pubblicazione dell’ultimo capitolo della serie – pare riposto in un cassetto da anni e intitolato “Riccardino” – continuerà nella mia mente a vivere ogni giorno, senza bisogno di nuove pagine, tanto hanno preso vita in troppe sere, in quante estati, quasi fossero amici veri, fidati.

Così come le repliche del commissario Montalbano registrano e registreranno sempre nuovi successi d’ascolti, allo stesso modo a Catarella continuerà a “sciddricare” (scivolare) la mano nel gesto di aprire la porta dello studio del “dottori” Montalbano (che inevitabilmente “santierà“).

E non pensate che Mimì Augello rinuncerà alla sua fama di “fimminaro“. No, pure nel paradiso dei personaggi dei libri senza seguito, il vice di Salvo non resisterà al fascino di questa o quell’altra “fimmina“.

E che dire di Fazio? Chissà se resisterà alla tentazione di parlare del morto, in questo caso Camilleri, senza tirare fuori la sua scheda anagrafica, ma limitandosi alle informazioni che più contano.

E Montalbano? Montalbano si sveglierà di soprassalto da uno dei suoi tremendi incubi premonitori, pensando che Camilleri per fortuna non è morto. Poi si farà un caffè, lo assaporerà sulla sua verandina di Marinella e infine si tufferà in acqua per una lunga “natata“. Giunto in commissariato, Catarella gli comunicherà in lacrime la verità: “Dottori, Camilleri è morto“.

Ma si sa che Catarella i cognomi li sbaglia sempre. E qui nessuno ha voglia di “babbiare“.

No, Camilleri non è morto.

Sulle ali dell’incoerenza

Di Maio e Alitalia

Il punto non è tanto la decisione di Ferrovie dello Stato di includere Atlantia nel consorzio chiamato a salvare Alitalia. Era una decisione scontata, la più logica, l’unica realmente possibile. La holding dei Benetton ha una solidità economica certa, un’esperienza nel settore importante, la gestione di Fiumicino e Ciampino attraverso Aeroporti di Roma è un biglietto da visita di cui tenere conto. Il resto è fuffa, gioco politico sconfessato dal realismo di Fs.

Ma allora qual è il punto, direte voi? Visto che si è ancora comunque lontani dal salvataggio di Alitalia, dal momento che ancora bisogna riscrivere il piano industriale, scegliere le rotte, ripensare i servizi, trattare sugli esuberi, stabilire le quote di partecipazione all’interno della cordata, il punto sta nel post pubblicato da Luigi Di Maio dopo la decisione di Ferrovie.

Il punto sta nella capacità di sconfessare se stessi pur di affermarsi. Sta nella faccia tosta di chi due settimane fa parlava di Atlantia come di una società “decotta” e oggi associa la sua entrata nel consorzio al “rilancio di Alitalia“. Sta nella capacità di mentire, di provare a far credere, dopo un anno di annunci e parole senza seguito, che il governo andrà avanti sulla revoca (sbagliata) della concessione ad Autostrade per l’Italia.

Piccolo avviso ai naviganti: se Ferrovie dello Stato ha accolto Atlantia come partner nella Nuova Alitalia lo ha fatto perché c’è stata una manifestazione d’interesse, che come tale è soggetta a trattativa. E davvero qualcuno crede che i Benetton nella partita, com’è giusto dal loro punto di vista, non decidano di tutelare i loro interessi sulle concessioni autostradali? Davvero qualcuno pensa che le questioni siano separate? Che il Gruppo Atlantia metterà sul piatto 350 milioni senza essere certo che il suo socio nel consorzio, lo Stato, non lo freghi?

Ora è chiaro che si tratta di aerei, ma di voli pindarici ne abbiamo anche abbastanza. Di Maio torni sulla terra, pensi a fluttuare di meno tra le sue bugie, scenda dalle nuvole delle sue narrazioni distorte, smetta di viaggiare sulle ali dell’incoerenza.

Salvini, Savoini e il manuale dell’amante

Salvini e Savoini a Mosca

Non bastano montagne di foto, video, audio per convincere Matteo Salvini ad ammettere che Gianluca Savoini non era un imbucato nella delegazione della Lega in Russia. Come recita il manuale del traditore perfetto il mantra è solo uno. Quando vieni scoperto a letto con l’amante puoi fare soltanto una cosa: negare, negare e ancora negare. Poi spetta all’altro, in questi caso agli italiani, decidere se crederti o meno, se pensare che l’amante si sia intrufolata nel letto a tua insaputa mentre dormivi, o farsi due domande, chiedersi se per caso quella sera non eravate proprio in due…

Perché alla fine il punto è questo: Salvini, davvero, risulta alle volte simpatico. Ha ottimi tempi comici, le sue dirette Facebook strappano più di un sorriso, è un’abilità che gli va riconosciuta. Non abbiamo il dente avvelenato. Il problema, però, è che non paghiamo Salvini per essere Crozza. Non deve farci ridere. E quando il ministro dell’Interno viene associato ad un’inchiesta potenzialmente molto grave come quella suggerita dagli scoop de “L’Espresso” e di “BuzzFeed” non può essere normale che tutto si limiti ad un “mai preso un rublo o un litro di vodka”. Quando ti rendi conto che il vicepremier di un grande Paese come l’Italia si difende chiamando in causa Masha e Orso, quando gioca allo scaricabarile su Savoini (d’altronde è il governo delle manine), quando non è in grado di mostrare la serietà che si addice ad un leader di fronte ad una questione seria, a quel punto c’è necessità di farsi qualche domanda.

Vogliamo votare il più abile sui social, il battutista più acuto, il personaggio più simpatico del momento, l’influencer più portato? Vogliamo perdonargli tutto, anche un presunto caso di corruzione internazionale che riguarderebbe il suo partito, soltanto perché è Salvini, perché in fondo sembra proprio uno di noi, perché ci fa ridere e sorridere? Se la risposta è sì, indipendentemente da tutto ciò che deriverà dall’inchiesta della Procura di Milano, è evidente che abbiamo un problema: non abbiamo capito che tra Savoini e Salvini, ci siamo pure noi.

Chi l’avrebbe detto che un giorno ci saremmo ritrovati a dire “prima gli italiani”…

Perché l’inchiesta sui soldi russi alla Lega può essere l’inizio della fine di Salvini

Lo scoop di BuzzFeed sui presunti legami tra la Lega e la Russia

Chiariamolo subito: senza i soldi russi che si dice siano arrivati alla Lega tramite finanziamenti illeciti Matteo Salvini avrebbe vinto in carrozza le Elezioni Europee. Non sono gli eventuali 65 milioni di dollari che avrebbero sostenuto la campagna elettorale leghista ad aver spostato gli equilibri del consenso in Italia. Questo è un fatto.

Ma è un fatto anche che se le accuse di BuzzFeed venissero confermate (e il sito ha una sua autorevolezza quando si discute di inchieste giornalistiche di questo tipo) allora ci troveremmo dinanzi ad un evento politicamente importante, potenzialmente deflagrante per la credibilità di Matteo Salvini. Talmente grave da poter ipotizzare che questa inchiesta diventi – per intenderci – ciò che il caso Ruby rappresentò per Berlusconi: la mina che esplode quando meno te l’aspetti, la bomba che d’un tratto spezza l’incantesimo con il Paese, la storia che incrina irrimediabilmente il rapporto di fiducia con gli italiani.

Perché se – e ribadiamo il se – venisse confermato che quei soldi effettivamente sono entrati nelle casse della Lega, ma anche se fosse acclarato soltanto il tentativo di imbastire una trattativa con alti esponenti della nomenclatura del Cremlino, dovremmo parlare non solo di un illecito, ma anche del disvelamento del bluff rappresentato dalle politiche di Matteo Salvini.

Pensateci: cosa può esserci di meno credibile di un “sovranista” che dipende dai finanziamenti (e non due lire, ma 65 milioni di dollari!) di un altro Stato? Questo Stato presunto finanziatore fornirà il suo sostegno economico per spirito di sincera e benevola amicizia o pretenderà di esercitare in cambio un’influenza sulle politiche di quel partito? E cosa accade se quel partito – dettaglio non da poco – è guarda caso al governo del Paese? Non è esagerato parlare di rischi per la sicurezza nazionale. Non è avventato pretendere chiarimenti immediati e definitivi.

Ecco perché Matteo Salvini non può limitarsi ad archiviare la pratica con una battuta. Questa volta non può prendersela con la magistratura (che pure un occhio su questa vicenda potrebbe buttarlo per chiarire cosa c’è di vero), non c’è un complotto di nemici interni da denunciare. Spetta a lui fugare ogni dubbio. Se non vuole farlo per sé lo faccia per noi. Prima gli italiani, poi magari i russi.

Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Prima gli essere umani

Illustrazione per Carola Rackete

Quelli che “Carola Rackete ha infranto la legge”, quelli che “come fate a dare contro Salvini anche stavolta?”, quelli che “W la giustizia”, da ieri sera hanno pochi argomenti, meno credibilità e tanto ingiustificato livore. Il gip che ha reso libera la comandante della Sea Watch 3, tenuto conto dell’emergenza a bordo – la cosiddetta “scriminante” che ha portato Carola a forzare il blocco della Guardia di Finanza e ad attraccare a Lampedusa – ha affermato un principio di civiltà. Non vengono prima gli italiani: in ogni caso, sempre, vengono prima gli essere umani. Compresi gli italiani.

Nel commentare la decisione del giudice, Matteo Salvini ha dimostrato ancora una volta i suoi maggiori difetti: la sua tendenza al dispotismo e la sua abitudine a mentire. Partiamo da quest’ultima: ha parlato di un provvedimento di espulsione già pronto per la comandante. Peccato non abbia detto che il pm di Agrigento gli ha già negato il nulla osta necessario ad attuarlo. Di più: Salvini ha dimenticato di dire che il provvedimento di espulsione può essere notificato soltanto in caso di gravi comportamenti sanzionati da un giudice. Cosa che a quanto pare non è successa. Il resto è un copione già visto, già sentito, fatto di attacchi ai giudici soltanto quando non assecondano i suoi desideri. Troppo facile.

Così da ieri Salvini è più debole. Perché il pronunciamento del gip sottolinea una volta per tutte che salvare vite non è reato, oltre che rimarcare l’ovvio: Tunisi e Tripoli non sono porti sicuri (ma va?) e non possono essere considerati tali. Parlare di “criminale”, di “pericolo per la sicurezza nazionale” rispetto ad una ragazza che ha fatto il suo dovere si è dimostrato un grande imbroglio. Un bluff dettato da una narrazione distorta della realtà.

Di falsi dilemmi è piena la nostra agenda politica. Esempio: aiutiamo i terremotati italiani o aiutiamo i migranti? Risposta: aiutiamoli tutti. Perché una cosa non esclude l’altra. Perché non sempre è questione di soldi: il più delle volte è questione di burocrazia, di lungaggini da superare, di organizzazione che manca, di coordinamento assente, di volontà e priorità politiche.

Bisogna sforzarsi di spiegarlo. E’ l’unica medicina contro la Salvinite acuta, il pericoloso male che ha colpito il nostro Paese.

Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

Trump e Salvini

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Cosa ci insegna la vicenda Sea Watch 3

L'arresto di Carola Rackete

Carola Rackete è stata arrestata. I migranti sono sbarcati dopo 16 giorni di odissea. Salvini esulta neanche l’Italia avesse vinto i Mondiali (ah già, lui di solito tifa contro la Nazionale).

Cosa ci insegna quanto accaduto?

  • Che in un anno di governo Matteo Salvini non ha risolto il problema immigrazione. Non c’è uno straccio di strategia di ampio respiro, nulla di diverso dall’improvvisazione. Saremo punto e a capo al prossimo barcone. Mentre i barchini continueranno a sbarcare. Nuovi tweet. Nuove parole. Nuova vergogna.
  • Che gli strepiti di Salvini hanno dato un alibi ad un’Europa ingiustificatamente assente (ma mai quanto il nostro ministro dell’Interno alle riunioni in cui si discute di immigrazione). Che siamo sempre più soli.
  • Che gli atteggiamenti di Salvini mettono a repentaglio anche le nostre forze dell’ordine. Si veda l’incidente sfiorato alla banchina di Lampedusa con la motovedetta della Guardia di Finanza. Perché quando alimenti tensione, quando stressi fino all’inverosimile la situazione, non puoi aspettarti lucidità. E senza lucidità rischi che accada l’incidente. E’ così elementare che sorge il dubbio che qualcuno, dalle parti del Viminale, se lo sia persino augurato.
  • Che questa politica dell’odio (non solo Salvini, ma vogliamo parlare del video in cui la Meloni chiede di affondare la nave?) ha creato un clima irrespirabile. Fatevi un giro sulla pagina della Lega in queste ore. Troverete commenti del tipo “Carola, adesso spero che ti stuprino quei negri di m….“.

Chissà se Salvini condannerà anche queste condotte in nome di un ritrovato afflato legalitario. Chissà.

E chissà se l’Italia si sveglia. Prima o poi.